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Santo Stefano di Calcinaia è un piccolissimo popolo sparso sopra un
ridente colle, ricco di viti e uliveti, che sovrasta a Lastra a Signa,
sopra la sinistra dell'Arno, a sette miglia da Firenze.
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Quando Lastra a Signa era un piccolo castello chiuso a fortezza Medicea,
Calcinaia era luogo di amena villeggiatura a molte nobili famiglie fiorentine.
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Più tardi, alcune famiglie scesero al piano, e il luogo rimase quasi
deserto; le antiche ville divennero case da pigionali, e i Calcinaioli
parvero alquanto imbarbarirsi.
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Ma questo stato di rozzezza del popolo giovò forse per mantenerne fino
ai dì nostri più intatte le usanze e superstizioni locali.
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Nella stessa villa nostra, che fu già nel Cinquecento, de' Pandolfini,
è voce che s'aggirino ancora gli spiriti, che compaiono ombre di morti,
e che si celino tesori; a me, invece di trovarne, è accaduto, con molti
muramenti, di seppellirne; ma questo non ha nulla a che vedere col Folk-lore.
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Ciò che qui importa è il notare come il popolo di Calcinaia continui
ancora a raccogliersi in sè stesso; come, nelle veglie contadinesche,
si rinnovi freguente la gara del canto improvviso, la novella non di
rado assai gaia, la filastrocca bizzarra, l'indovinello concettoso,
come geniale trattenimento.
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Tutto il volume che mio figlio ha messo insieme, nella scorsa estate,
è pressapoco quanto rimane ora di tradizionale presso un popolo,
che, fino a quindici o vent’anni innanzi, rimaneva intieramente analfabeta.
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Ora una piccola scuola e una società di lettura e di mutuo soccorso sono venute a mutare alquanto le condizioni morali e intellettuali del
popolo di Calcinaia: onde è a prevedersi che molte cose che i
vecchi sanno ancora, i giovani non le racconteranno più o le
dimenticheranno, e che molti de’ giovani tornati dal servizio militare,
più istruiti introdurranno nelle case rurali consuetudini più
civili o, almeno, più conformi al costume generale dell’ età
nostra.
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Giova, pertanto, affrettarsi a raccogliere; e chi sa che il raccogliere
non sia pure, in molti luoghi, il mezzo di conservare, di mantenere
quella parte di tradizione che è degna d continuare a vivere.
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A meno dunque che non si riesca a far rivivere le buone tradizioni,
è a prevedersi che, fra un mezzo secolo, rimarranno poche traccie
in Calcinaia del materiale folk-lorico raccolto nel presente volume.
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All’ infuori delle novelline popolari, alle quali se ne aggiungono alcune
inedite, che a me, or sono venticinque anni, quando raccolsi e quindi
pubblicai le Novelline di Santo Stefano di Calcinaia nella Rivista Contemporanea
di Torino, non erano state raccontate, tutto il resto non ha mai veduto
la luce, e mi sembra meritare l’attenzione de’ folk-loristi.
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Il numero degli stornelli e degli indovinelli non è scarso, per
essere stati raccolti in una sola brevissima zona di terra toscana,
fra Calcinaia e Vigliano.
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Ma, più ancora che al numero, si può, con qualche meraviglia,
guardare alla qualità.
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Pochi sono i Rispetti, la forma forse più colta della poesia
popolare nella nostra regione peninsulare; l’ottava, più o meno
elaborata, ritorna ancora frequente nella bocca degli improvvisatori
che si sfidano talora al canto, innanzi ad un fiasco di vino, nello
veglie di Calcinaia.
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Ma lo svelto stornello, ------------ --------------------- ----------------
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il lavoro de’ pagliaioli e delle pagliaiole, poesia più
facile, più spontanea, più rapida, più viva, e
più atta a rendere l’ immagine del popolo, e il suo spirito pronto.
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Molti degli stornelli non possono essere pubblicati, a motivo della
loro nota estremamente licenziosa.
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Lo stesso carattere hanno gli indovinelli, un genere di letteratura
nel quale si esercita di preferenza l’immaginazione e lo spirito arguto
del popolo.
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Sono quasi tutti equivoci; all’apparenza, sembrano osceni; ma, nel fatto,
rappresentano una parola innocente.
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Questa malizia popolare è antica quanto la storia dell’ umano
linguaggio; l’equivoco osceno ha dato origine ad un gran numero di miti,
non escluso quello di cui gli Elleni fecero, con le loro meravigliose
trasformazioni artistiche, una cosa divina il mito di Prometeo, che
incominciò con uno scambio tra il bastone fallico e il bastone
generatore del fuoco, per terminare con la figura luminosa di un redentore
del genere umano.
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Ma la ricchezza di questi indovinelli, ed il favore che incontrano,
pur sempre, nelle veglie invernali, alle quali anche le ragazze assistono,
è pure indizio che quella creduta grande semplicità del
nostro popolo è una illusione nostra.
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L’ ignoranza non è quasi mai priva di arguzia e di malizia.
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A veglia, quando alcuno propone un indovinello equivoco, s i ride, e
si nota pure chi ha riso, per aver capito; ma poi trionfa l’autore a
il dicitore dell’ indovinello, mostrando agli astanti troppo maliziosi,
che essi hanno preso un abbaglio.
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La brigata de’ giovanotti e de’ vecchi continua a ridere; ma la donna
creduta casta e la fanciulla che volea parere innocente.,fanno il viso
rosso, per avere scoperta e tradita la loro malizia.
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E, in ogni modo, la veglia rimane, oltre che un passatempo, una scuola
di grande malizia alla gente del nostro contado.
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Le usanze e le credenze superstiziose del popolo di Calcinaia rassomigliano,
senza dubbio, nella massima parte, a quelle d’altri luoghi tuttavia,
è meraviglia trovarne ancora in così grande numero, in
vicinanza di Firenze, dov’è passata tanta civiltà, anzi
la più fine civiltà d’Italia.
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Degna pure di nota è la ricchezza delle giaculatorie
o preghiere d’ indole schiettamente popolare.
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Esse si accostano, più che alle orazioni della Chiesa, al genere
delle Laudi che Fra Jacopone da Todi mise in voga nella letteratura
colta, traendo, senza dubbio, egli stesso l’ ispirazione dalle Laudi
e giaculatorie popolari umbre del suo tempo.
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In queste preghiere. i santi e le sante prendono poi spesso una nuova
figura, più domestica, e un carattere spesso ignoto alla tradizione
ieratica.
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Voglio notar qui la figura di San Torello, protettore delle partorienti,
del quale si narra che, invocato da una donna sopra parto, ne prese
sopra di sè tutti i dolori.
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La Chiesa, all’ infuori di Poppi nel Casentino, ove la leggenda lo fa
nascere e vivere tra lupi, non si è occupata molto di questo
santo popolare toscano.
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Ma, poich’esso vive nella immaginazione del popolo, convien pura occuparsene.
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Ora io penso veramente che la credenza superstiziosa in questo santo,
un po’ eterodosso, muova dalla sola personificazione del letto nuziale
e matrimoniale, il torus, propriamente uno strato soffice, un materasso
che doveva agevolare la povera partoriente, diminuirne lo strazio e
prenderne sopra di sè i dolori.
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Torello non può essere altro che un diminutivo di torus.
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Gli antichi invocavano Giunone,
........................Junonemque toris quae praesidet alma maritis
cioè ai letti coniugali.
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Le nostre partorienti invocano tuttora Sant’Anna
e San Torello, che, tradotto in lingua più moderna... dovrebbe
equivalere a San Materassino.
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È dizione ancora in uso: essere sul materassino , per trovarsi
in grande pericolo, anzi in pericolo di vita.
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La partoriente che si trasporta sul materassino per agevolarle il parto,
si raccomanda dunque naturalmente al materassino, a Torello, perché
l’aiuti e la salvi.
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Ecco, dunque, in qual modo la tradizione si continua e, trasformandosi,
può deviare, dando origine non solo a nuove figure del linguaggio,
ma a nuovi tipi dell' immaginazione popolare.
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La personificazione casentinese può essere istruttiva.
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La storia ufficiale del Santo incomincia nel secolo XVI.
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Prima egli viveva nella sola tradizione popolare, che ne aveva fatto
un solitario, cacciatore
di lupi e liberatore d' indemoniati.
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Ho incominciato la serie dei volumi di tradizioni locali, con quelle
di Santo Stefano di Calcinaia; e non lo feci a caso.
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Mi parve che, se ha potuto darci tanto un umile popolo del contado fiorentino,
dove si può supporre che la frequenza della vita civile abbia
rinnovato per modo il costume, da fare scomparire ogni traccia delle
consuetudini e credenze tradizionali, si possa lo stesso lavoro intraprendere
con maggiore fortuna e con migliori risultati in altre terre italiane
più segregate dai grandi centri della nostra vita civile.
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Per rifare le nostre storie municipali è necessario avere alle
mani tutto questo nucleo di prime e schiette tradizioni locali.
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La storia de' grandi uomini e de' grandi fatti è già stata
scritta, e rimane cosa intieramente aristocratica.
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La storia popolare la possederemo soltanto quando avremo, con l'aiuto
delle tradizioni popolari, bene compreso il modo di vivere, di pensare,
di ragionare, di sentire, di parlare di ogni grande e di ogni piccolo
popolo d'Italia.
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La nostra Biblioteca vorrebbe, in somma, fornire i primi elementi, i
primi materiali ed una rinnovata e più viva Storia Naturale.
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