|
1° |
 |
Era in Ugnano il duca Perïone
Che sempre all'altarin fidecommisso
Faceva notte e dì tanta orazione
E tante carità, ch'era un subisso:
Nè per altro era tutto bacchettone
Che per un suo pensiero eterno e fisso
D'aver prole; perchè della sua schiatta
Non v'era, morto lui, nè can nè gatta. |
|
2° |
 |
Così durò gran tempo: ma da zezzo,
Vedendo ch'ei non era esaudito,
Essendo omai con gli anni in là un pezzo,
A mangiar cominciò del pan pentito:
E quant'ei far solea posto in disprezzo,
Senza voler più dar del profferito
Gettatosi all'avaro ed al furfante,
Cambiò la dïadema in un turbante.
|
|
3° |
 |
Di poi tutto diverso e mal disposto
In modo degli Dei faceasi beffe,
Che s'egli udia trattarne, avria piuttosto
Voluto sul mostaccio uno sberleffe .
La moglie un miglio si tenea discosto:
E dov'ei dava ai poveri a bizzeffe ,
Quando picchiavan poi, dalla finestra
Facea lor dare il pan colla balestra .
|
|
4° |
 |
La plebe, i grandi ed ogni lor ministro,
Che il duca così buono avean provato,
Mentre fu scudo ad ogni lor sinistro,
Ed in lor pro sarebbesi sparato;
Vedutolo così mutar registro,
E diventare un Turco rinnegato,
Eran talmente d'animo cattivo,
Che l'avrebbon voluto ingoiar vivo. |
|
|
|