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Appendice (Pag. 2/7)
Storia delle novelline popolari
Angelo De Gubernatis (1883)

La famiglia e vita vedica, amplificate di nuovo splendore, riappaiono in quel cielo; come si componga ora quella famiglia celeste e quali vicende nel cielo incontri, le notizie sparse negli inni, se insieme raccolte e ordinate, ci lasciano facilmente indovinare.

Ho da porre qui un principio che mi pare essenziale ne' nostri studii. Le cose celesti che si muovono sono diventate persone. Come persone, dovevano fare; e l'opera di queste persone celesti, notata, riuscì ad un mito; raccontata, divenne la leggenda, la quale seguiva poi due correnti, l'una nazionale, l'epopea, l'altra domestica, la novellina.

Il Rigveda ci offre i soli miti; l'uomo nota, vede le vicende celesti, e non le narra ancora; ma, se pure io nol volessi, mettendovi ora insieme questi varii miti appartenenti al cielo dell'aurora, mi trovo bella e fatta una intiera leggenda, anzi, meglio una intiera serie di leggende, che riesce quindi agevole il comparare colle altre epopee e con le altre leggende popolari.

Il che ti si renderà manifesto, o lettore, se dopo aver ricorse queste mie brevi pagine d'introduzione le riscontrerai con le novelline che raccolsi dalla bocca di questi popolani Calcinaioli, nelle quali qui distese ed aggruppate, pressochè ogni motivo viene a spiegarsi con alcuno de' miti, patrimonio della prima gente ariana, dal Rigveda religiosamente custoditi.

Che cos'è l'aurora negli inni vedici?

È una fanciulla che appare sulla punta della montagna; ha la veste luminosa; ha il corpo luminoso; è guardiana di vacche; ha una sorella, la nera, ossia la brutta, mentre essa è la splendida, ossia la bella; è la migliore, ossia la sorella buona; disperde la tenebra della sorella; rimove indietro la sorella; uccide il nero mostro; è figlia della nera;

Fermiamoci qui un momento. Noi abbiamo parecchie immagini personificatrici d'un solo fenomeno celeste; ossia abbiamo parecchi miti; leghiamo insieme questi miti e spieghiamoli; ne uscirà fuori a un di presso il seguente racconto:

Una volta era una donna brutta e mostruosa, una strega, che avea due figlie; l'una simile a lei, ossia brutta e cattiva; l'altra dissimile, ossia bella e buona. La donna amava la brutta come propria figlia; odiava la bella, essendole matrigna. Essa mandava la bella a pascere con le vacche; ritornando questa sul far del giorno, in cima al monte, la circondò un grande splendore; essa si adornò di una veste d'oro e le spuntò sul fronte una stella fulgentissima.

Sembra a te, lettore, di riconoscere in questo mio semplice ordito di racconto sopra miti vedici alcuna delle novellline che la nonna o la nutrice ti raccontò quando eri fanciullo?

Se ciò ti sembra, io ti domanderò ancora se ti ricordi come la novellina finisca. Non viene forse un leggiadro principe a sposare la bella? E la vecchia strega non viene ella forse fatta ardere o per lo meno discacciata dalla reggia?