Come il caso volle che io fossi il primo in Italia a mettere insieme, con intento di accrescere materiale comparativo, una intiera serie di novelline, così, avendo fin dall'anno 1869, tentato d'avvicinare il contenuto d'alcune nostre novelline ad alcuni miti vedici, ed essendo quel mio scritto giovanile intieramente esaurito, non credo inutile ed inopportuno il riprodurlo qui, non perchè esso aggiunga nulla di assai nuovo al contenuto del presente volume, ma perchè si vegga in qual modo io m'era preparato da parecchi anni a scriverlo:
«Io invito il lettore ad una ricerca alquanto laboriosa, ma che ci prepara non poche sorprese. Io lo assicuro che siamo intorno a una vera mina d'oro, e che, in breve spazio, ci sarà dato scoprire tesori immensi. Badiamo soltanto che il lavoro, come paziente, così vuol esser assai delicato; conviene animo raccolto e destrezza per non ismarrire la vena preziosa; a me bisogna quindi, o lettore, tutta la tua attenzione.
Io mi proverò a condurti pel filo d'Arianna nel grazioso labirinto; ma giova a me che non mi si strappi per via il filo tra le mani, ed a te che, per questo filo sottilissimo, mi seguiti.
Io mi servirò del linguaggio stesso degli inni all'aurora, raccogliendo pure alcuni aiuti degli altri inni agli Açvin e al sole nascente, sotto i suoi vari nomi, poichè il loro cielo è quello dell'aurora, i loro amori sono per la vaga figlia del cielo, come il Rigveda, con ispeciale compiacenza, saluta l'aurora. Io ci metto di mio solamente quel filo d'Arianna che ti ho detto, o lettore, per legare insieme espressioni isolate, e ricomporre nel ciclo vedico quella stessa leggenda che la nostra razza analfabeta avea saputo leggervi, e ora si ripete solamente più paurosa, in forma di novellina, nei crocchi notturni, come una fiaba pagana; poichè il cielo, malgrado il padre Secchi, è rimasto un campo pagano, ed il bellissimo
Os homini sublime dedit, coelumque tueri
Jussit
suona ancora come una stupenda verità pagana.
Una prima avvertenza è necessaria. Nel mondo vedico, com'è noto, due elementi predominano; la famiglia e la natura. La famiglia è in perenne contatto con la natura esteriore, unico libro, unica guida al suo governo; la natura poi è in così perfetto ed intimo accordo con la famiglia, che questa vede nella natura ripetersi sè stessa. Perciò abbiamo innanzi agli occhi due quadri, ove la luce dell'uno viene a incontrare la luce dell'altro, e le due luci non solo associandosi non si distruggono, ma, cumulate, si accrescono in uno splendido effetto di poesia.
Il primo raggio di luce che penetri in una capanna de' pastori vedici fa sorgere l'intiera famiglia; la fanciulla muove a mugnere le vacche a lei affidate; il pater familias attende a svegliare il fuoco sopito perchè saluti, crepitando fra le aride legna, il giorno che ritorna; la madre mette in ordine la casa; i garzoni con gli allegri armenti lasciano il gotra, e, per le aperte pianure, mandano incontro al sole il loro grido di gioia.
La natura si desta e l'uomo risorge; la natura si mette in moto e l'uomo si fa operoso con essa; la luce si ritira nella tenebra e l'uomo rientra nei suoi nascondigli; la natura tace e riposa, l'uomo si addormenta. Tu mi dirai, lettore: «E questo ancora si fa oggi tra noi, senza che occorra, per formarsene un'idea, risalire a così remote regioni ed a tempi così lontani.» Si fa, è vero; chè l'uomo non potrà mai sottrarsi all'impero della natura; ed il popolo campagnuolo poi, molto più fedele alle antiche consuetudini che non siamo noi altri cittadini, può veramente lasciarci comprendere questa non interrotta corrispondenza fra la vita della natura e quella della famiglia umana, ch'è pure il più nobile tra' suoi parti. Ma, quello che rimase per noi solamente più una monotona consuetudine che accettiamo e trasmettiamo, perchè non ci sembra di poter fare diversamente, per la gente che cantava gli inni vedici era un poetico accordo fra l'uomo riconoscente e la natura benefattrice, era una religione feconda di grandissima poesia. Il padre di famiglia, il re del
gotra, non aveva nulla di più caro al mondo che i suoi vecchi, la sua sposa, i suoi figli, il suo gregge, i suoi trionfi sopra i nemici vicini; levando quindi gli occhi al cielo, lo ripopolava con amore, e quasi con gratitudine, di vecchi parenti, di leggiadri sposi, di figli e figlie amorevoli, di ricchi armenti e di guerrieri vittoriosi.