www.ilmiopaese.net
Conclusione (Pag. 2/4)
Storia delle novelline popolari
Angelo De Gubernatis (1883)

Dopo un tale studio comparativo, la eccellenza della novellina spetterebbe sicuramente agli Arii, i quali ne fecero un tutto compiuto, ordinato, che ha principio e fine, animato, a volte drammatico, con tipi bene distinti; si direbbe quasi che ne fecero un'opera d'arte, se una tale espressione non generasse un equivoco. Il mondo delle novelline presso le nazioni arie è un vasto corpo organico, luminoso e trasparente, entro il quale si vede muovere, come un'anima, il Dio arico, trasformato in eroe umano, popolare e quasi domestico. L'ideale de' popoli arii si riflette con una mirabile ingenuità nelle nostre novelline; quando, invece, la novellina si trasferisce fuori di quel mondo ariano nel quale è nata, non solo cessa di fecondarsi, ma s'impoverisce o muta carattere, divenendo altra cosa. Come novellina, si conserva solo a patto di rimanere intatta e di trasmettersi come fu ricevuta dalla prima fonte indiana; a tal patto, i Tartari ed i Mongolli da una parte, e gli Arabi dall'altra divennero eccellenti mediatori fra l'Oriente Indiano e l'Europa, dove le novelline vennero a versarsi in vario tempo e per varie vie, trovando sempre un terreno ben preparato a riceverle. Se in Europa la novellina aria trovò sempre un terreno profondamente vegetativo, la ragione principale mi par questa: che fin dai tempi più remoti, ciascuno de' popoli arii occupanti il suolo europeo aveva portato seco un fondo di tradizioni delle quali intendevano ancora il significato primitivo mitico ed eroico, onde era quello per essi come un patrimonio sacro. Greci, Etruschi, Latini, Celti, Germani e Slavi, avevano già incominciato a svolgere dai loro miti un certo numero di novelle, che dovevano da tempi remoti raccontarsi a veglia. Favole ossia discorsi narrativi le chiamavano i Latini, miti i Greci, nè riguardavano in origine i soli discorsi degli animali, ma tutto il mondo della finzione popolare; e quantunque noi siamo ancora testimoni della molta gelosia con la quale il popolo custodisce i suoi racconti tradizionali, i quali, come misteri, esso non lascia intendere ad alcun orecchio che si sospetti ministro d'una lingua indiscreta, parecchi de' più curiosi tra gli antichi viaggiatori, come Erodoto e Pausania, riuscirono a sorprendere alcuni di que' racconti sparsi nell'antica tradizione aria, e da questa già comunicati a nazioni d'altra stirpe.

Noi non possiamo ora diseppellire dal mondo antico tutto il suo tesoro tradizionale, poichè di molta parte di esso nessuno si curò di tramandarci memoria; ma dai frammenti tradizionali conservatici dall'antichità intieramente conformi non pur nello spirito e nel carattere generale, ma anche ne' loro più minuti particolari a parecchie novelline che corrono tuttora fra i nostri volghi, possiamo facilmente argomentare che anche le novelline delle quali gli antichi scrittori greci e latini non ci lasciarono ricordo, esistevano poco diverse da quelle che oggi ancora si narrano, col vantaggio che nell'antichità la novella si congiungeva ancora direttamente col mito e mostrava evidente la sua provenienza da esso. Gli odierni novellatori hanno, senza dubbio, perduta la coscienza dell'origine mitica delle novelline; ma, inconsciamente, essi continuano ad accogliere e ricordano e propagano quelle sole novelle che offrono i caratteri di una tradizione antica e popolare. Quando il narratore racconta un fatto storico, tale e quale successe, o quando inventa egli medesimo qualche fatto strano, può accadere che si lodi il sapere o l'ingegno del novellatore, ma la novella così nata non può vivere lungamente nella tradizione popolare. Il fatto storico per trasformarsi in novella popolare ha bisogno d'appropriarsi alcuni di quegli elementi straordinarii, che sono proprii della novellina popolare. La facilità grande con la quale le novelline popolari viaggiano di paese in paese, e s'intrecciano in gruppi infiniti nella tradizione, nasce da una certa fiducia istintiva che hanno gli ascoltatori nella loro provenienza popolare. Il popolo se le appropria senza fine, nè si cura di sapere onde vengano; esso sente che sono cosa sua, anche quando i letterati se ne abbelliscono, e però li riceve sempre con molta curiosità e benevolenza.

Gli Indiani hanno raccolte intitolate: Oceano dei fiumi di novelle; una di queste è quella di Somadeva; ora, per qualsiasi parte discendano que' fiumi, la loro sorgente primitiva è sempre una sola. L'acqua della sorgente è purissima; cresce e si muove per mille vie, ma per riuscire ancora ad uno stesso mare infinito, del quale il popolo, come primo agitatore della fonte viva, si sente e si riconosce pur sempre signore. Gli Indiani fanno nascere il loro maggior fiume, il Gange, dalla foresta dei capelli del Dio Çiva, in cima all'Himâlaya; tutte le favole ariane scaturiscono, prima di scorrere in fiumi, da una fonte mitica primordiale, ossia dal capo d'un nume, che siede in alto. Noi non vediamo più il nume, ma sentiamo ancora muovere uno spirito divino in quella epopea popolare rappresentata dal mondo minuto delle novelline.