Noi termineremo la nostra breve peregrinazione nel mondo delle novelline, ritornando al punto stesso onde siamo partiti. La variante parmigiana della Cenerentola, ci presenta come tale la terza delle sorelle, la quale viene abbandonata dal re suo padre per averlo offeso, dicendogli, quando egli era seduto sopra il trono nero, ch'essa lo amava soltanto come un granel di sale. La variante parmigiana ed una variante indiana ci permettono ora di mettere la novellina della Cenerentola in istretta relazione con la leggenda che offrì al genio di Shakespeare la materia di uno de' suoi drammi più sorprendenti, il Re Lear. Il vecchio re, già vicino ad impazzare, vuole abbandonare il proprio regno, dividendolo tra le sue tre figliuole; egli darebbe la parte migliore del regno a quella delle sue figliuole che lo amasse di più; ma la terza delle figliuole, giovine e sincera, Cordelia, che sa amare e tacere, che non può mentire, che non può esagerare l'espressione de' proprii sentimenti, viene abbandonata dal padre per avergli detto soltanto che essa ama Lear come si deve amare un padre, e nulla più. Il padre che perseguita la propria figlia, perchè questa non si lascia amare da lui altrimenti che come figlia, già conosciamo. Una novellina indiana che corre ancora nel bengala ci riproduce il motivo principale della novellina parmigiana e della leggenda di Lear; Cordelia, abbandonata dal padre, non lo odia e non lo dimentica, e, dopo molte avventure, finisce per ritrovarsi con esso, e per consolarlo. La novellina indiana suona così: «In un paese viveva un re che aveva sette figlie; un giorno egli le chiama e domanda loro: Figlie mie, quanto mi amate voi? — Le sei sorelle maggiori rispondono: Padre, noi vi amiamo come confettini e come zucchero. — Ma la settima sorella, la più giovine, dice soltanto: Padre, io vi amo come s'ama il sale. — Il re si compiacque molto nella risposta delle sei prime sorelle, ma si sdegnò assai contro la sua figlia minore: e diede ordine a due servi di condurla in una landa deserta, dove fu lasciata. Era la sera; la fanciulla ebbe paura delle tigri e delle altre fiere; ma pure s'addormentò; quando fu desta al mattino, trovò presso di sè da mangiare e da bere, di che Dio stesso l'aveva provveduta. La fanciulla si levò ed incominciò a camminare; le apparve un bel palazzo, con un bel giardino ed un bello stagno. Il palazzo era deserto, ma la tavola apparecchiata; s'accostò ad un letto splendidissimo, ove dormiva un principe, coperto da uno scialle; tolse via lo scialle e vide un giovane bellissimo; ma egli era morto, per i molti spilli che ne bucavano il corpo. La fanciulla, per una settimana non volle nè mangiare, nè bere, e non fece altro che levare spilli dal corpo del principe. Intanto che essa lavorava, le apparve un uomo, che venne ad offrirle un'ancella se voleva comprarla. La fanciulla gli diede in cambio i suoi anelli d'oro e trattenne l'ancella a suo servizio. In capo a tre settimane, la principessina aveva levato tutti gli spilli dal corpo del principe; rimanevano soltanto gli spilli dell'occhio. Allora essa, volendo comparire pura e bella agli occhi del principe tosto che si risvegliasse, ordinò all'ancella di prepararle un bagno; quando il bagno fu pronto, vi si recò, ordinando all'ancella di vegliare presso il principe, ma senza levargli gli spilli dagli occhi, poich'essa intendeva levarli da sè. Intanto che la principessina trovasi al bagno, l'ancella non resiste alla tentazione; toglie gli ultimi spilli dagli occhi del principe; il principe li apre, e, vedendo l'ancella le domanda chi lo abbia richiamato in vita, togliendo via gli spilli. L'ancella se ne fa un merito; il principe promette tosto di farla sua sposa. Intanto la principessina esce dal bagno. Il principe domanda all'ancella chi sia. Questa dice: È una delle mie ancelle. — Il principe non ne sembra molto persuaso ed entra in sospetto. Egli dice un giorno di volere andarsene a viaggiare, e domanda alla perfida ancella, divenuta sua moglie, che cosa essa vuole ch'egli le porti al suo ritorno; la perfida ancella richiede splendide vesti, ed ornamenti d'oro e d'argento. Domanda alla principessina che cosa essa desideri; la principessina richiede una cassettina contenente i gioielli del sole, che le sole fate od apsare posseggono. Il principe non sa come fare a trovarle. In sogno gli viene indicato un fakir che dorme nel mezzo d'una landa dodici anni, e dodici anni sta desto (gli anni delle novelline sono talora mesi, o giorni, od ore), e che gli rivelerà il segreto della cassetta. Appena il principe si sveglia, va a cercare di quella landa e di quel fakir; egli dormiva da dodici anni, meno due settimane; aveva ancora molte foglie e molt'erba sopra di sè; ad ogni giorno che passa, il fakir si ripulisce; quando tutte le foglie sono cadute (forse le foglie secche), il fakir si desta, molto sodisfatto; il principe continua a prestargli ogni servigio cortese; in premio, il fakir gli consegna, levandola dalla casa dell'apsara, detta rossa, perchè intorno a lei tutto diventa di color rosso, la desiderata cassetta contenente i gioielli del sole, cioè un piccolo flauto con sette bamboline che erano poi tutte apsare o fate. La cassetta doveva essere aperta solamente dalla persona che ne aveva bisogno, e di notte tempo, e nella solitudine. Il principe porta alla principessina, divenuta ancella, la cassettina mirabile, ed essa va a provarla nella landa. Le bamboline escono dalla cassettina, diventano splendide apsare o fate; ma la principessina grida lamentevolmente. Alle quattro del mattino, una delle fate domanda: Principessa, di che ti lamenti? — Io levai, essa risponde, gli spilli al re, fuor che gli spilli degli occhi, e, intanto che io prendeva il mio bagno, l'ancella da me comprata co' miei anelli d'oro tolse via quelli spilli, e richiamò il principe in vita, prendendo il mio posto presso di lui; io, di principessa divenni ancella, e l'ancella diventò, invece, regina. — Non gridate così, dissero le fate, tutto finirà bene. — Dopo di ciò la principessa suonò essa stessa il flauto, e le fate ritornando piccine piccine rientrarono nella cassetta. Tutte le notti la principessina si recava nella landa con la cassetta e faceva suonare, danzare e cantare le fate. La terza notte un taglialegna nascosto, avendo veduto e inteso ogni cosa, lo riferì al re, che tosto volle vedere coi proprii occhi; si persuase dell'inganno, e sposò la principessina. Essa avrebbe potuto vendicarsi dell'ancella, ma era buona e non lo fece; e non dimenticò neppure il proprio padre che l'aveva discacciata; lo invitò anzi con le sorelle alle nozze. La sola sua vendetta fu questa; nel cibo di tutti gli altri si metteva un po'di sale; in quello del padre e delle sorelle soltanto zucchero. Accortasi dopo una settimana che lo zucchero era loro venuto a noia, li servì con cibi salati. Allora il padre, reso accorto del proprio errore, osservò: La figlia mia, quantunque giovine, quantunque la più giovine delle mie figliuole, è la più sapiente. Io conosco ora bene quanto essa mi amava dicendomi che mi amava come il sale. Nessuno può mangiare il cibo che non sia salato. Se per un giorno si possono mangiar cibi inzuccherati, il cibo quotidiano ha bisogno di sale.