Com'era quella l'ora del maggior pasto terrestre, così supponevasi forse che l'eroe solare in quel momento mangiasse e bevesse di più, anzi divorasse centinaia di bovi e bevesse tanto da essiccare intieramente la botte celeste, da attirare a sè tutti quanti gli umori del cielo. In ogni modo, Indra mangia e beve per crescere, e, cresciuto, appare un mangiatore e bevitore insuperabile. L'inno trentesimo del primo libro del Rigveda ci dice che il ventre d'Indra, a motivo del soma bevuto, diviene simile ad un mare; udimmo già che il Dio Agni, il Fuoco, cuoceva pel solo Indra trecento bovi. La sua sposa è Çacî, la Forza. Si chiude quindi nella nuvola, entro la quale, con l'aiuto de' Venti, fulminando e tonando, distrugge il mostro che rattiene la pioggia benefica; egli è divenuto il fortissimo tra i forti; la sua forza è sovrana; il cielo, la terra, gli Dei s'inchinano a lui e gli cedono il campo; egli trionfa, e le devapatnîs, o spose divine, liberate dalle mani del drago Ahi, celebrano un inno glorificante l'uccisione del serpente; ed un poeta vedico esclama, con vivo entusiasmo: «A te simile, o Indra, non è mai nato e non nascerà alcuno.»
Di Hanumant, figlio del Vento Marut, una delle personificazioni di Vishnu, il nano diventato gigante, il Râmâyana ci offre la seguente rappresentazione:
Hanumant, figlio del Vento, è uguale a suo padre in forza e ne ha la velocità e l'impeto. Essendo ancora fanciullo, visto nascere sopra un gran monte il sole, preso da vaghezza di afferrarlo, si slanciò per ischerzo da quel monte verso il cielo, e, sollevatosi all'altezza di trecento yogiani, benchè travagliato dall'ardor del sole, non si perdette d'animo; ma Indra ne prese sospetto, vedendolo crescere tanto, e lo fulminò; il gran scimio, precipitò sopra una roccia ove s'infranse una mascella; così si volle, con molta stranezza, spiegare il nome di Hanumant, che significa soltanto quello dalla mandibola, dalla gran mandibola, il mascelluto, quello della mascella. Hanumant è detto immenso, dalle lunghe braccia, fortissimo tra i forti, dilatante il corpo a piacer suo. Egli gonfia il suo corpo come col crescer della luna, gonfia con le sue acque il mare. Egli diviene tumido, ed in quel punto stesso la sua faccia accesa e simile al sole risplende come fuoco vivo. Il padre di lui, un gran scimio anch'esso, aveva già, con la propria forza, distrutto il mostruoso elefante Dhavala che uccideva i santi anacoreti, valendosi soltanto delle sue unghie e de' suoi denti; in premio di quell'opera meritoria, domandò soltanto la grazia di ottenere un figlio capace di mutar forma a piacere e dotato di una forza pari al vento. Il scimio gigante mena perciò di sè stesso questo vanto:
«Io sono atto a circuire ben mille volte e tutto solo l'ampio monte Meru che rade quasi il cielo; dall'impeto delle mie braccia e de' miei femori sarà commosso il mare, sede di Varuna e rimarranno sbigottiti i grandi animali marini; sommovendo colla forza delle mie braccia il mare, io posso tutta inondar Lanka colle sue selve e co' suoi monti; e superando colla mia rapidità Garuda stesso volante per gli spazii aerei frequentati dagli aligeri, io arriverò per certo in Lanka tostamente, e toccatane la terra, io avrò lena ancora per ritornare; io son pur atto a vincere nel suo corso il sole sorto dall'oriente e coronato dallo splendore de' suoi raggi, prima ch'ei giunga all'occaso. Colla terribile e agitatrice forza de' miei femori, io posso oltrepassare tutte le regioni aeree, e coll'impeto de' miei lombi valicando il grande Oceano, tutti io strapperò i fiori diversi degli alberi e delle piante repenti; e la mia via, tutta cosparsa di diversi fiori odorosi, sarà come la via celeste su per l'etera. Tale sarà l'aspetto di me valicante il mare, qual era un dì, nella guerra degli Asuri e dei Devi, quello di Visnu incedente con gran possanza. Io son per impeto eguale al Vento e per fortezza all'uccello Garuda; e valicherei pur senza esitare un intiero
ayuta di yogiani; io, avventandomi, subitamente torrei dalle mani d'Indra, armato di fulmine, o di Brahma Svayambhu il nettare divino, alla luna il suo splendore, al sole la sua luce; e parimente, mettendo a soqquadro Lanka, io ricondurrò qui Sitâ. La terra non potrebbe sostenermi, mentr'io cammino e cresco; ella non mi sarebbe fermo sostegno, allor ch'io mi slancio in aria; andiamo all'alta sommità del monte, ampia, salda, e grande, che sosterrà il mio impeto.»