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La novellina del piccolino (Pag. 2/9)
Storia delle novelline popolari
Angelo De Gubernatis (1883)

Quando egli racconta della mula, le sue gambe divengono di marmo; quando egli fa il secondo racconto, un'altra parte del corpo diviene di marmo; il principe, già convinto dell'innocenza di Pedro, vorrebbe che egli non raccontasse altro; ma Pedro è risoluto di terminare il racconto, al fine del quale egli si trova intieramente trasformato in una statua marmorea. Dopo un anno, la principessa ottiene un figlio. Trovandosi un giorno il principe solo con suo figlio, gli appare una strega che gli dice: — Voi siete un grande amico e patrono di Pedro, ma incapace di uccidere il figlio vostro e di versarne il sangue sulla statua; se voi lo faceste, la statua di marmo tornerebbe ad animarsi e rivedreste Pedro vivo. — Il principe rimane alquanto perplesso, ma poi, pensando che il bambino è ancora uno stupido, e che Pedro può essergli molto più utile, incomincia a levare una goccia di sangue al fanciullo e la lascia cadere sulla statua; questa si muove tosto; allora il principe uccide il bambino; la statua viene tuffata in quel sangue, e Pedro ritorna in vita. Alla principessa vien detto che il bambino cadde dal letto sul pavimento e che ne morì. Si ordina tosto un bel mausoleo pel fanciullo, e lo si colloca in un bel giardino; il giorno dopo, con meraviglia di tutti, si ritrova il fanciullo in giardino vivo e sano, che giuoca coi ciottolini. Il fanciullo che fa rivivere col suo sangue l'eroe diventato statua è dunque una nuova forma dell'eroe stesso, il suo rinascimento. Ed è in questa nuova forma di fanciullo ch'egli compie le sue gesta più mirabili. Noi lo abbiamo già veduto apparire più volte ora come terzo fratello, ora come sciocchino, o finto sciocco, ora come allievo dei ladri, ora come allievo del diavolo. Oggi lo esamineremo nella sua qualità caratteristica di nano o piccolino.

Come nano, egli ha singolari privilegi; penetra non veduto ne' luoghi più occulti, si sottrae facilmente col rendersi invisibile ad ogni maniera di persecuzione, e, invisibile, vede ogni cosa, capisce tutto, risolve ogni indovinello, supera qualsiasi difficoltà. Gli altri suoi compagni grandi e grossi sono facilmente vulnerabili; Piccolino presenta poca presa alle armi dei suoi nemici, alle unghie e ai denti de' mostri. Quando lo si crede in un luogo, egli è già in un altro, sempre agilissimo e alcuna volta fortissimo. La sua forza concentrata è prodigiosa; il suo peso immenso. Egli si fa piccolo per non esser pasto del mostro che, divorandolo, non avendo nulla da mordere, lo restituisce intiero. Il miracolo di Hanumat e di Giona che escono sani e salvi dal ventre del mostro marino, è soltanto possibile per la grande disproporzione che si trova fra il divorato e il divoratore. Il racconto del Râmâyana suona così: «Hanumat, lanciatosi per l'aria, travalicava con grande foga, sì come Garuda, il mare insuperabile, sede di Varuna. Allora i Devi ed i Gandharvi, i Siddhi e i grandi Risci, dissero a Surasa, splendida come il sole e madre dei Nâghi: — Quell'eccelso figlio del vento, che si noma Hanumat, è per varcar l'Oceano; tu, pigliando forma d'una Racsasa, orribile ed alta come un monte, e spalancando una bocca smisurata con grandi zanne ed occhi fulvi, fagli ostacolo per breve ora. Noi desideriamo di conoscere la forza e la possanza di quel magnanimo e vedere quale mezzo egli porrà in opera, oppure se egli si perderà d'animo. — Esortata con tai detti ed onorata dagli Iddii, quella Dea prese subitamente in mezzo al mare il corpo d'una Racsasa, e, fattasi deforme, orribile e paurosa nel sembiante, e precludendo la via ad Hanumat che trasvolava, così gli disse: — Tu mi fosti, o Scimio, assegnato per mio pasto dagli Dei con Indra; io afferro qui l'ombra d'ogni creatura; entra or via nella mia bocca. — Uditi que' detti di Surasa, l'illustre Scimio, colla faccia tutta smarrita, rispose composto a reverenza: — L'inclito Râma Dasarathide venne nella selva Dandaca con Lacsmano suo fratello e colla sua consorte Sitâ; ma, essendo entrato in guerra coi Racsasi per cagione del Gianasthâna, Râvano re dei Racsasi gli rapì la Videhese sua consorte. Or io vado messaggiere a lei per ordine di Râma; ti piaccia mostrarti amica al Raghuide, o tu che abiti queste regioni. Com'io avrò veduto la Mithilese e l'invitto Râma, io ritornerò ed entrerò nella tua bocca; te lo affermo sopra la mia fede. — Così pregata da Hanumat, Surasa, mutante forma a sua voglia, rispose: — Nessuno può qui sottrarsi dalla mia bocca. — Allora il prode Scimio, mosso a sdegno da que' detti di Surasa: — Or dunque, disse, appresta la tua bocca in modo che tu possa divorarmi — e, detto ciò a Surasa, il figlio del vento, acceso d'ira, si fè lungo trenta yogiani e largo dieci. Veduto quel corpo smisurato, l'orribil Racsasa Surasa spalancò una bocca ampia dieci yogiani; come il vide sì ingrossato, Surasa crebbe a trenta yogiani; vedendola così cresciuta, il Scimio s'allargò quaranta yogiani; ella, vedendolo sì allargato, ingrandì cinquanta yogiani; vista colei così ingrandita, egli si ampliò sessanta yogiani; come il vide sì ampliato, ella si distese settanta yogiani; veduta la Racsasa cresciuta a settanta, Hanumat crebbe ad ottanta; vedendolo giunto a tal grossezza, ella si dilatò infino a novanta; ma, veduta la Racsasa ampia a novanta yogiani, Hanumat si fè grosso cento. Allora Surasa, guardando colui cresciuto a cento yogiani, aperse ella pure una bocca larga cento yogiani e così disse: — A bastanza mi hai tu affaticata; entra or via nel mio ventre. Ma riguardata quella bocca di Surasa, pari al Tartaro e con lingua ardente, il figlio del vento, benchè pari ad un monte, rimpiccolito ad un tratto il suo corpo, lo ridusse in un istante alla misura di un pollice. Gettatosi allora in quella gran bocca ed uscitone con gran prestezza, quel Scimio illustre, stando levato in aria, così disse: — Io sono entrato nella tua bocca, o discendente di Dacsa; or ti saluto, e me ne vado colà dove si trova la Videhese; sia veritiera la tua parola. — Veduto colui uscir dalla sua bocca, com'esce dalla bocca di Râhu la luna, la divina Surasa, tornata nella sua forma, così parlò allo Scimio: — Va felicemente, o prode e caro Scimio, a compiere la tua impresa, e ricongiungi colla Videhese Râma Dasarathide. — Le creature, veduta quell'opera d'Hanumat ardua e senza pari, celebrarono il figlio del Vento, esclamando: «Bene! Bene!»