Quando Nala ha perduto il regno, il fratello Pushkara gli propone ancora di giuocare la propria moglie Damayantî, che più gli preme. Ma Nala non accetta l'invito, ed esce, coperto d'una sola veste, con Damayantî, avviandosi proscritto verso le selve. Tre giorni rimangono insieme Nala e Damayantî affamati e dolenti, cibandosi di sole radici silvestri. Vedendo poi uno stormo d'uccelli, Nala fa per afferrarne alcuni con la propria veste; gli uccelli gli strappano la veste e lo lasciano ignudo nella foresta; anche negli uccelli sono passati i mali genii de' dadi. Allora Nala sente una gran pietà per la sua sposa e vuol mostrarle la via per la quale essa potrebbe di là fare ritorno presso il re de' Vidarbii suo padre. Ma Damayantî grida piangendo che essa non vuole in alcun modo separarsi da lui, prevede un vicino abbandono e si sgomenta; e gli propone d'andare insieme presso il padre. Ma l'amor proprio del re Nala non gli permette di ritornare presso il suocero con la figlia impoverita; la rassicura e, intanto ch'essa giace, vinta dal sonno, sull'ignuda terra, egli la benedice e se ne parte. Damayantî si ridesta fra la tenebra, nè vedendo a sè dappresso il suo Nala, empie la foresta delle sue grida alte e dolorose. Un serpente la minaccia; essa grida; accorre un cacciatore, uccide il serpente, quindi rivolge parole di seduzione a Damayantî; questa si sdegna; teme più il secondo serpente del primo e lo maledice. Per quella maledizione, il cacciatore cade tosto a terra come fulminato. Damayantî continua a vagare incerta e disperata nelle selve; gli animali, le piante, i monti, tutta la natura viene evocata perchè dia contezza di Nala alla sposa smarrita. Essa incontra alfine degli eremiti sapienti che, per la vista profetica, annunziano a Damayantî che il suo pellegrinaggio avrà un fine, che i suoi già lunghi travagli cesseranno, e che essa tornerà, in breve, a riunirsi con lo sposo. Errando d'una in altra parte della selva, Damayantî s'imbatte pure in un albero d'açoka o albero felice, al quale domanda se egli abbia veduto Nala, e lo invoca perchè gli sia propizio.
Dopo molto errare, incontra alfine una carovana di mercanti, che si spaventano alla vista di lei, quasi d'una pazza. Non sanno che essere sia, se una dea o una strega, ed alcuni la interrogano, pregandola perchè li risparmi. Damayantî rivela il vero essere suo, e segue la carovana. Intanto che si riposano, una schiera d'elefanti selvaggi, ebbra e furibonda, invade il campo, abbatte alberi, uccide molti uomini; nasce una gran confusione in mezzo alla carovana. I superstiti attribuiscono a Damayantî, quasi a megera, tutta quella rovina, e risolvono di metterla a morte. Essa dichiara la propria innocenza ed invoca pietà. La risparmiano i mercanti ed entrano nella città del re di Cedi, insieme con essa; la regina vede, dall'alto della reggia, come i fanciulli e i cittadini maltrattano una donna; la salva dalle loro mani e la trattiene in servizio alla reggia, dopo avere inteso ch'essa è separata, a suo malgrado, dal marito il quale si rovinò per soverchio amore del giuoco, ma che l'uno e l'altro, benchè lontani, si amano e si serbano fede. La buona regina sente pietà di que' casi, e promette fare dai proprii uomini ricercare lo sposo perduto; intanto essa la invita a rimanere nella reggia. Damayantî consente a patto di non mangiare gli altrui avanzi, di non fare alcuna corsa a piedi, e che non sia lecito ad alcun uomo di parlarle; se alcun uomo si attenti a tanto, venga subito punito di morte; ma pure, essa, come Cenerentola e Sudicietta, non vuol levarsi ancora il sudicio di dosso, per non farsi riconoscere.
Intanto Nala aveva errato egli pure per alcun tempo nelle selve; e per prima cosa veduto un gran fuoco ardente, dal quale usciva una voce gridante: — Accorri, Nala, non temere. — Nala s'accosta e vede il re de' serpenti Carcotaco, condannato, per una maledizione di Nârada, a rimanere nel fuoco fino all'arrivo di Nala. Nala lo piglia, fa dieci passi; al decimo il serpente lo morde; a un tratto Nala perde il suo vago aspetto e prende una forma serpentina. Il serpente allora è pronto a consolarlo dicendogli: — Per opera mia, la tua forma perì, affinchè gli uomini non ti riconoscano