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La novellina del patto col diavolo (Pag. 2/9)
Storia delle novelline popolari
Angelo De Gubernatis (1883)

Una delle forme più rozze, più plebee di questo patto, è la novellina di Maestro Prospero, del diavolo e de' fichi, che si narra in Toscana. Maestro Prospero era un fabbro, e chi dice fabbro, dice sempre un po' mago; il mago Prospero poi, che divien principe nella Tempesta dello Shakespeare, è forse soltanto una figura più alta di questo nostro Prospero plebeo. Divenuto vecchio, Maestro Prospero, per campare ancora altri due anni, pensa di vendere l'anima al diavolo. Il diavolo appare, e fa una scritta, per la quale Maestro Prospero camperà ancora un par di anni. A Gesù ne dispiace forte, poichè Maestro Prospero, in sua vita, erasi mostrato sempre un buon cristiano; si veste pertanto da pellegrino, e, in compagnia di San Giuseppe, arriva alla casa di Maestro Prospero. Ricevuto bene, nel lasciarlo, vuol concedergli una grazia, poichè spera che Prospero domanderà la salvazione dell'anima. Prospero domanda invece questa sola grazia: Chi si siede nel mio focolare non possa alzarsi più. Dice Gesù: E tal grazia ti sia conceduta, — ma lo prega tosto di domandarne ancora una seconda, sperando che questa volta Maestro Prospero penserà all'anima sua. Maestro Prospero domanda invece: Chi verrà e si affaccierà alla finestra non possa più muoversi di lì. — Gesù tentenna il capo, ma pur gli vuol concedere anche codesta delle grazie; quindi gli fa coraggio a chiedere una terza grazia, ritenendo per sicuro che non potrà più mancare la richiesta della salvazion dell'anima. Niente affatto. Maestro Prospero vuole soltanto che chi salirà sopra il fico innanzi alla bottega non ne possa più discendere. Gesù accorda, ma se ne va via corrucciato, vedendo il bel capitale che gli è divenuto, dopo aver fatto quel suo trattato col diavolo. In capo ai due anni fissati dalla scritta, il diavolo appare. Dice Maestro Prospero: Io mi spiccio; intanto voi accomodatevi un poco sul focolare. — Il diavolo si mette a sedere, e Maestro Prospero giù a scaldare il focolare, a scaldarlo tanto che brucia, e il diavolo a voltarsi di qua e di là; ma egli non può levarsi. Gli convien dunque rinnovare per altri due anni la scritta. In capo a due anni, il diavolo torna; non si fida più ad entrare in casa e s'affaccia soltanto alla finestra; povero a lui! Vi rimane appiccicato. Per liberarsene, gli conviene rinnovare la scritta per altri due anni ancora. In capo ai due anni, il diavolo riappare e grida a Maestro Prospero ch'è tempo. Prospero si veste e viene. Ma, passando innanzi al fico, dice che s'ei ne potesse ancora mangiar due, si partirebbe via contento. Il diavolo che, in fin de' conti, è un buon diavolaccio, dice: Poichè vedo che questa volta tu mi vieni reale, ti vo' concedere anche codesto. — Il fabbro si prova allora a cogliere i fichi; ma i fichi sono troppo alti; Maestro Prospero non ci arriva; si perde tempo, e il diavolo perde pure la pazienza; per farla più lesta, ci sale su lui, ma non ne può più discendere. Allora gli conviene fare un'altra scritta, per la quale vien detto che il diavolo e Maestro Prospero non si sono mai visti e conosciuti e che non dovranno incontrarsi più.

In un'altra variante toscana della stessa novellina, il diavolo è sostituito dalla morte, e Maestro Prospero da Compar Miseria. Del resto, lo stesso incidente dei fichi fatti cogliere dalla Morte, delle legna messe sul focolare per scaldarlo e bruciarvi la Morte che vi si siede; la novellina di Compar Miseria termina tuttavia con un terzo episodio intieramente moderno e certamente cattolico. Quando la Morte riappare per la terza volta, Compar Miseria domanda solo il tempo di recitare un'Avemaria ed un Paternostro. La Morte consente. Ma Compar Miseria non trova mai il tempo. Allora la Morte si veste da Gesuita che vien da Gerusalemme, dov'è andata a far anime, ed arriva dal priore del luogo dov'è Compar Miseria; il priore lo invita a far cinque o sei prediche; il finto Gesuita spera tirare in chiesa anche il Compare. Per cinque giorni Compar Miseria non si fa vedere; ma la moglie di lui, innamorata delle belle prediche, tanto dice e tanto fa che alla fine trae con sè in chiesa anche il marito. Come il predicatore lo vede apparire, egli si sbraccia tosto a gridare che chi avesse detto un'Avemaria troverebbe la salvazione dell'anima; Compar Miseria riconosce tosto a questa uscita la Morte, e di lontano le risponde soltanto: Va via, tu non mi pigli. — E tant'è, l'Avemaria non si risolve a recitarla; onde la Morte se ne parte disperata e non lo può più pigliare. «Compar Miseria, aggiungeva il mio villano novellatore de' colli di Signa, vive oggi ancora, poichè la Miseria non ha mai fine.»