Ricordo una novellina piemontese nella quale Giovannino senza paura, predestinato a diventare il più famoso de' ladri, prende le sue prime lezioni. Il re de' ladri gli insegna, da prima, ch'egli deve saltare addosso al primo che incontrerà, nelle ore di notte, per via. Giovannino incontra un primo viandante, lo butta in terra, salta sopra di lui, e poi lo lascia andare, con molta paura, ma con tutto il suo. Il ladro maestro sgrida allora Giovannino, e gli insegna che egli doveva pigliare al viandante la borsa. Questa volta Giovannino ha capito; la seconda notte, assalta un altro viandante, e si fa dare la borsa, la vuota, lasciandogli nelle mani il denaro. Il maestro de' ladri incomincia allora a perder pazienza, e dice a Giovannino ch'egli dovea pigliare i quattrini. Giovannino è un uomo preciso; egli assalta la notte un terzo viandante; gli piglia la borsa, la vuota, cerca i soli quattrini, e lascia andar libero il viandante con la moneta più grossa. Solamente dopo la terza lezione Giovannino acquista piena malizia, e da quel punto egli diviene un ladro infallibile, incominciando a portar via il pane che s'inforna, col levar dalla parte esterna del forno una pietra, e terminando con le imprese illustri del furto de' gioielli del re, del furto del cavallo del re, e con le sue nozze con la figlia del re.
Questa forma di novellina ritroveremo tra poco non molto diversa in Erodoto; intanto mi piace ricordar qui un'altra variante piemontese della novellina dello sciocco. Una madre aveva un figlio stupido, il quale, per la sua stupidità, appariva buono da nulla e le dava frequente molestia. Un giorno lo stupido, essendo molto annoiato, se ne va dalla madre, e le dice: — Mamma, che debbo fare? — La madre risponde: — Se non sai che cosa fare, piglia la porta e falla andare. — Lo sciocco obbedisce; leva, come Sansone, la porta dai cardini e la mette sulle spalle, e va e va, non in cima ad un monte come Sansone, ma in cima ad un albero, sotto il quale vengono in breve i ladri a numerare e dividersi il rubato danaro. Lo sciocco lascia cadere la porta, i ladri si disperdono, Giovannino piglia il denaro e lo porta alla madre. In altre varianti italiane della stessa novellina, il danaro de' ladri è chiuso e nel cavo d'un vecchio albero, e dentro una statua della Madonna; abbattendo l'albero o la statua, lo sciocco raccoglie il danaro de' ladri.
Nella sesta delle novelline calmucche di Siddhikür, un principe scaccia dal suo regno un uomo del quale ha preso sospetto. L'uomo arriva in una steppa. Quando giunge la notte, egli sale sopra un'alta pianta, una palma, portando con sè la testa di un cavallo morto che giace sotto di essa. Arrivano i demonii e vi banchettano. L'uomo lascia allora cadere la testa di cavallo. I demonii fuggono. Quando giunge il mattino, l'uomo discende, e trova una coppa d'oro, la quale egli s'immagina che abbia un potere magico. La prende e la cambia con un bastone che va in giro da sè e porta a chi lo manda tutto ciò ch'egli vuole, uccidendo il proprietario dell'oro o di qualsiasi altro bene desiderato.
Ed eccoci così tornati al bastoncrocchia delle nostre novelline popolari; ecco sostituita la porta buttata giù dallo sciocco con la testa di cavallo, sostituiti i ladri o i mercanti coi demonii; eccoci, insomma, ricondotti dalla novellina al mito, anzi al mito vedico.
Come Sansone solleva le porte della città in cima al monte, e con una mascella d'asino distrugge gli empi Filistei, la testa di cavallo disperde i demonii, i ladri, e procura l'oro, la ricchezza al giovine eroe, creduto sciocco, che diviene un ladro. Nella ventesima prima novellina popolare russa dell'Erlenwein, il fratello povero ottiene ricchezze per mezzo della testa d'una cavalla, intanto che suo fratello ricco s'impoverisce. Nella quarantesima prima novellina russa del quarto libro dell'Afanassieff, la fanciulla perseguitata trova una testa di cavallo, che la prega di coprirla, e finalmente di entrarle nell'orecchio destro, per uscirle dal sinistro; dopo di ciò, essa diviene bellissima. La matrigna manda la propria figlia brutta a tentare la stessa prova; ma essa maltratta la testa di cavallo e questa la divora.
Negli inni vedici, il sapiente Dadhyan'c', propriamente
l'imburrato, perde la testa per avere rivelato ai due divini cavalieri, agli Açvini, la
Madhuvidyâ o
scienza dell'ambrosia. Gli Açvini lo compensano, col dargli, invece, una meravigliosa testa di cavallo, con l'aiuto della quale il Dio Indra sconfigge ed uccide i novantanove nemici, i novantanove demonii, i novantanove mostri. Indra poi uccide i mostri, i nemici, per acquistar la ricchezza, della quale egli diviene liberale a' suoi protetti. Non pare dunque dubbia la stretta connessione fra la testa di cavallo con cui Indra disperde i mostri e la testa di cavallo con cui l'uomo perseguitato della novellina calmucca disperde i demonii e trova la coppa d'oro, la testa di cavallo, da cui esce la bella fanciulla, e tutte le novelline popolari indo-europee, nelle quali è menzione di un festino di ladri disturbato dal creduto sciocco che dall'alto di un albero li osserva.