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La novellina della Cenerentola (Pag. 1/9)
Storia delle novelline popolari
Angelo De Gubernatis (1883)

Trovo in una leggenda estonica, che il vecchio padre (Wanna-Issi), ossia il Dio del Cielo, incarica ogni giorno Ammarik (luce di sera) di spegnere il fuoco del sole, ma di coprirlo bene, perchè non succeda, nella notte, alcuna disgrazia, e Koit (luce del mattino), perchè lo raccenda e lo ravvivi.

In qual modo Ammarik può coprire il fuoco del sole? Con la cenere. Dove piglia esso la cenere? Nell'ombra cenerina del cielo notturno, che s'aduna intorno al fuoco solare e lo vela alla vista degli uomini.

L'adunatrice e la guardiana di quella cenere che copre il fuoco solare, si copre essa stessa di cenere: perciò venne chiamata Cenerentola.

Questa mi pare la genesi più probabile della novellina. E con ciò non intendo dire che essa siasi propagata a noi dagli Estonii, ma che il mito di cui gli Estonii hanno conservato traccia è probabilmente il medesimo da cui si svolse altrove la nostra novellina.

Ma in qual modo potè un mito diventare una novellina?

Usciamo di città e rechiamoci sui monti, in una bella sera d'estate, quando il sole è vicino ad occultarsi dietro le supreme vette delle nostre Alpi, e del nostro Appennino.

Procuriamo d'esser soli, perchè nessuno disturbi il nostro vago immaginare, e fissiamo lo sguardo verso la plaga occidentale del cielo.

Nessun rumore s'alza fino a noi, fuor che il tintinnio di qualche campana che richiama dalle balze alla stalla le vaccherelle disperse.

La scena è pastorale.

Fuor che il verde de' prati e l'azzurro de' cieli l'occhio del pastore che sogna non distingue altro.

Un solo essere vivente si muove ancora, splendido e maestoso, incoronato di raggi, come un principe, nell'azzurro lontano.

Egli cammina lento, di vetta in vetta; accende intorno a sè un gran fuoco e poi vanisce in un'onda luminosa.

Il pastore che sogna, aguzza la vista.

Quell'onda luminosa, gli appare da prima una veste che si muove, ed egli si figura sotto quella veste una vaga fanciulla.

Ma, ad un tratto, quella visione luminosa si stinge, si oscura e si perde in un velo di tenebra profonda.

La bella fanciulla diviene brutta, ispida, lebbrosa; la fanciulla si nasconde, fin che non appare nell'alto de' cieli una pietosa illuminatrice delle vie notturne, una consolatrice degli afflitti, una buona fata, piccina, piccina, ma che vede nel buio della notte ogni cosa, e piena di buoni consigli e di buone opere.

Così, come il giovine eroe che viaggia nella selva notturna, la giovine eroina che, come un trottolin di legno, come una bambola, cammina anch'essa nella foresta notturna e si nasconde all'occhio mortale, la vaga fanciulla che, per aver coperto il fuoco del sole moribondo si cosparse di cenere o è diventata nera e lebbrosa, andando incontro alla luna pietosa, si salva, e ritornando il mattino, in cima al monte, dalla parte d'oriente, vede rischiararsi la sua pelle, si riveste di abiti d'oro, d'argento, di perle, intanto che una stella viene a rifiorirle sul fronte.

Una leggenda de' selvaggi Ogibvas dell'America settentrionale narra che i quattro venti del cielo, per consolare l'aurora delle sue sventure, le diedero per eterna compagna la stella del mattino.

Ma la nostra fanciulla si rifà bella soltanto all'accostarsi del sole. Pel sole si adorna, e si prepara alla danza, nella quale si manifesta agilissima.

Come una bajadera divina, la fanciulla invita il sole; ma, appena il sole tenta di abbracciarla, scompare rapidissima.

Il sole la insegue e la ritrova finalmente correndo sopra le sue orme luminose, che gli danno la misura del piede, un piede diverso da tutti gli altri, un piede che non pare neppure un piede.

Ditemi ora, in questa rappresentazione figurata dell'aurora e del sole, non vi par già di scorgere le linee principali della nostra storiella?

Ma, se la vaga fanciulla incontra nella luna una buona fata protettrice, essa ha pur sempre a temere l'odio implacabile d'una strega o perversa rivale o matrigna che la perseguita, della notte scura che l'insidia, che la deturpa, che la vorrebbe perdere, gelosa dei favori che il sole concede alla sua rivale.

La matrigna, la strega vorrebbe prendere da una propria figlia, ossia da un'altra figura della notte stessa, una brutta che vorrebbe apparir bella per piacere al sole, sposo carpito.