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PRATO

Tratto dal Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana di
Emanuele Repetti, 1776 - 1852

PRATO nella Valle del Bisenzio.

Città nobile, industriosa e bella, già Terra cospicua, con insigne collegiata sotto il titolo de’SS. Stefano e Lorenzo, fatta cattedrale sotto il vescovo di Pistoja, capoluogo di Comunità e di Giurisdizione nel Compartimento di Firenze.

Giace sulla riva destra del fiume Bisenzio, in amena, fertile e irrigata pianura, a 110 braccia sopra il livello del mare Mediterraneo, fra il grado 28°46’ di longitudine e il 43°55’ di latitudine, circa mezzo miglio toscano a libeccio della base del Monte Calvana e due a scirocco del Monte Ferrato, 10 in 11 miglia toscane a maestrale di Firenze, quasi 10 miglia toscane a levante di Pistoja, 4 a settentrione del Poggio a Cajano, e 7 del Castello di Signa nella stessa direzione.

Se l’origine di questa città fosse quella raccontata dal Malespini e dal Villani, che la dissero fondata da una popolazione vassalla emancipatesi dai conti Guidi, allora quando discese in frotta dal Monte Giavello per stabilirsi in una terra prativa da quel popolo comprata, appellando perciò Prato la nuova sua patria; se tale, io dico, fosse l’origine di questa città, un simile avvenimento potrebbe paragonarsi a quello del popolo romano, allorché, per indurre i senatori a restituire alla plebe l’autorità tribunizia, dissertò dal Monte Aventino, e recossi in massa a piantare i suoi alloggiamenti fuori di Roma sul Monte Sacro.

Ma il fatto più vero si è, che il Castello di Prato esisteva molto innanzi l’epoca dal Malespini e dal Villani supposta, tostochè esso fino dal principio del secolo XI era qualificato castello di dominio de’conti Alberti di Vernio posto lungi dalla sua pieve di S. Stefano nel borgo di Cornio.

Infatti del Castello di Prato è fatta menzione in un istrumento del capitolo della cattedrale di Pistoja ora nel R. Arch. Dipl. di Fir., scritto in Prato presso il castello nel marzo del 1035, mentre la sua pieve ed il Borgo Cornio sono rammentati in un privilegio dell’Imperatore Ottone III spedito da Roma li 26 giugno dell’anno 991 al vescovo di Pistoja, col quale fra le altre cose gli aveva confermato una sua corte nel Borgo Cornio e la pieve sotto il vocabolo del suddetto Borgo segnalata. – (ARCH. DIPL. FIOR. Carte del Vescovado di Pistoja ).

Che però fino da quella età la pieve ed abitanti del Borgo Cornio fossero sotto la giurisdizione pistojese, fra i molti documenti atti ad attestare cotesta verità, mi limiterò ad uno solo del 24 novembre 1051, col quale Pietro del fu Roti offrì alla chiesa di S. Stefano e S. Giovanni Battista fabbricata nel Borgo Cornio un pezzo di terra posto in, luogo detto S. Paolo.

Il quale atto fu rogato da Pietro notaro vicino alla predetta chiesa plebana che dichiara compresa in judicaria pistoriense. – (località citata).

In quanto poi al castello di Prato ed ai suoi signori, all’Articolo MANGONA citai un documento del 5 marzo 1092 quando abitavano dentro al loro castel di Prato (cioè, nel palazzo, o cassero) la contessa Lavinia vedova del conte Alberto figlio che fu di un altro Conte Alberto, e la contessa Sofia maritata ad uno de’conti Alberti, il qual istrumento fu rogato esso pure in Prato intus ipso Castello comitatus pistoriensis.

Contuttociò vi fu, e vi è chi opina non essere stati i Pratesi vassalli né de’conti Guidi né dei conti Alberti né di altro qualsiasi barone imperiale, facendosi forti alcuni di essi della risposta che suppongono data dai magistrati pratesi al vicario dell’Imperaore Ridolfo, allorchè nel 1286 richiese loro il giuramento di fedeltà all’Imperatore prenominato, cui risposero: che il loro Comune non era della condizione degli altri Comuni di Toscana, perché fu compero il luogo, come si compera un cavallo e un campo.
(ARCH. COMUN. DI PRATO, Diario n.°299).

Ma chi annunziava tutto ciò era uno scrittore anonimo vissuto a dir poco sulla fine (ERRATA: del secolo XIII) del secolo XVI, e senza alcun appoggio di documenti sincroni per potergli prestar fede.

Merita bensì fede un placito della contessa Matilda, dato nel giugno dell’anno 1107, nel tempo che stava all’assedio di Prato; documento importantissimo come quello che ci scuopre la Terra di Prato sino d’allora in stato di assedio e conseguentemente difesa da fossi e forse anche da mura.

Resta peraltro il dubbio se i Pratesi in quell’anno erano in stato ostile contro la gran contessa ed il vescovo di Pistoja che trovossi a quell’assedio, piuttosto che contro i Fiorentini.

I quali ultimi al dire dei nostri antichi scrittori, per ribellione dei Pratesi fecero oste in quell’anno stesso contro il loro castello, che per assedio vinsono e disfeciono.
(RICORD. MALESPINI, Stor. Fior. cap. II. – G. VILLANI, Cronic. Lib. IV. Cap. 26).

Cotesta mia dubbiezza acquista maggior peso tostochè uno voglia riflettere che le controversie per giurisdizione ecclesiastica fra i Pistojesi e Pratesi sono assai antiche, mentre rispetto alla giurisdizione civile i Pratesi al pari de’Fiorentini sostennero quasi sempre la parte Guelfa.

Comunque fosse di tutto ciò, certo è che l’avvenimento qui sopra indicato coincide con i primi fatti marziali del popolo fiorentino (Vedere MONT’ORLANDO); per quanto il biografo della gran contessa opinasse col Villani e col Malespini, che il Comune di Firenze in quel tempo fosse in arme per la ribellione dei Pratesi; comunque fosse, giova a dimostrare, che il Borgo di Prato allora non doveva essere di tanto picciolo sito e podere come ce lo fanno comparire li storici di sopra rammentati; e ciò tanto più in quanto che i Pratesi 47 anni dopo (nel 1154) furono in grado di tornare in campo per far guerra contro i Pistojesi a cagione del castello che pretendevano di Carmignano.

Ma in quel tempo medesimo Prato per quanto fosse fornito di un castello, o antico palazzo torrito de’conti Alberti (quello forse convertito nell’attual Casone ereditato dai Conti Bardi) era sempre un paese difeso più dal coraggio degli abitanti che dalla sua posizione e dalle sue mura, non che dalle gore e dal fiume Bisenzio.

A prova di cotesto vero si prestano molti istrumenti dei secoli XI e XII rogati nel Borgo di Prato nel quartiere di Capo di Ponte, corrispondente alla contrada della Porta fiorentina attuale.

Di più cotesto paese nell’anno 1156 doveva essere già costriuito in Comune, siccome lo fa con cepire un documento del luglio di dettoi anno, nel quale è rammentato lo stajo a misura pratese, donde si rileva che Prato aveva misure sue prorpie.

La qual cosa è confermata da altra carta del 2 marzo 1181, appartenute entrambe al Monastero di S. Bartolommeo di Pistoja. – (località citata ).

Inoltre che quei terrazzani facessero guerre e paci per conto loro, mi sembra dimostrato non solo dalle azioni guerresche del 1107 e del 1154, che gli istorici più antichi raccontarono, ma ancora da una dichiarazione che leggesi in un istrumento del 24 febbrajo 1191, in cui si tratta del fitto perpetuo di due pezzi di terra posti in Agliana per l’annuo censo di sei staja di grano a stajo pratese da pagarsi nel mese di agosto, eccetto, dice il documento, in quegli anni che vi fosse la guerra tra Prato e Pistoja e che dette terre restassero invase e davastate. – (località citata , Carte di S. Bartolommeo di Pistoja .)

Frattanto a cotesta ultima età gli affari economici de’Pratesi dovevano prosperare, tostochè, accresciuto il paese di borghi, di chiese e di abitanti, quel Comune provvide per circondare con un più vasto cerchio di mura e fortificare con torri le nuove porte della Terra di Prato.

Al qual effetto fu deliberata una provvisione straordinaria per l’imposizione delle mura e delle porte del Comune di Prato.

Appellano a cotesta provvisione diversi documenti dell’11 dicembre 1192; 1 dicembre 1193; del mese di settembre 1194, degli 8 aprile 1194 e 8 aprile 1196 tutti esistenti fra le pergamene del Monastero di S. Bartolommeo di Pistoja testè citato.

Né sembra che da tale imposizione andasse esente il clero della chiesa maggiore di Prato, stantechè il Proposto col consens o del capitolo prese a mutuo lire 22 d’oro per pagare l’imposizione al Comune di Prato. – (località citata Carte della Propositura ).

Pochi anni corsero dacché le porte e le mura (ERRATA : del cerchio attuale) del cerchio allora esistente di Prato restarono compite, mentre fra le membrane della provenienza più volte citata avvenne una del 30 aprile 1218 scritta in Prato fuori della Porta Faja .

Ed a prova del fatto medesimo concorrono due altri istrumenti, il primo dei quali del 26 marzo 1224 rogato in Prato fuori di Porta Fuja , ed il secondo che segna la data del 9 settembre 1232, fatto fuori di Prato nella piazza di S. Maria nel greto di Bisenzio , mentre innanzi la costruzione del cerchio attuale un’atto pubblico dell’ottobre 1195 cita il Serraglio fuori di Prato. – (località citata ).

Finalmente si parla di una casa posta dentro i muri vecchi di Prato in una carta degli 11 aprile 1329. – (località citata, Carte degli Ospedali di Prato ).

Non meno importante per la storia civile di questo paese ci sembra una sentenza del 20 ottobre 1212 pronunziata in Prato dal giudice delle cause residente nella curia di S. Donato, come delegato dai Consoli pratesi, con la quale sentenza si ordinava ad un tale Jacopo di Gherardino di restituire ai monaci di S. Bartolommeo di Pistoja, come patroni della chiesa di S. Maria a Capezzana, un pezzo di terra stato da lui a quella chiesa occupato.

Infatti il Comune di Prato fino dal cadere del secolo XII governavasi dai Consoli, cui erano uniti i consiglieri, i militi, i mercanti e rettori delle arti.

Dopo però l’anno 1250 i Pratesi ad imitazione dei Lucchesi riformando il loro governo civile sostituirono ai Consoli gli Anziani con un numero di consiglieri.

A prova di tuttociò giova un atto del 21 dicembre 1246, col quale Ranieri Squarcia lupi, col consenso de’Consoli, de’militi, dei mercadanti e rettori delle arti di Prato incaricati di pagare a Federigo di Antiochia figliuolo dell’Imperatore Federigo II e vicario generale in Toscana, certa somma di danaro, confessò di aver preso a mutuo s oldi 40 (ivi).

Che poi in cotesto tempo i Pratesi si governassero da un vicario imperiale lo dichiara un atto pubblico fatto in Prato li 21 dicembre del 1241 col quale il vicario imperiale di Prato per Messer Pandolfo da Fasianella capitano generale in Toscana per l’Imperatore Federigo II assolvè i monaci e badia di Vajano da un dazio di lire 40 impostogli dal Comune di Prato, contro un capitolo dello statuto pratese che incomincia “Monasterium de Vajano et suas possessiones, etc. – (località citata, Carte della Badia di S. Bartolommeo a Ripoli).

Sulla fine di quel secolo stesso nella riforma del 1289, se non prima, fu dai Pratesi adottato il regime popolare, introdotto in Firenze da Giano della Bella, retto dal gonfaloniere di giustizia e dai priori delle arti, che i Pratesi appellarono gli Otto difensori del popolo, uno per ogni quartiere, mentre sino d’allora la Terra di Prato era e si mantenne per molto tempo ripartita in otto delle sue Porte. – (Vedere appresso Cerchio antico di Prato).

Rammenterò inoltre un istrumento del 10 gennajo 1253, col quale gli Anziani vecchi e nuovi, il consiglio dei 24, e quello dei 40 del popolo di Prato, i rettori di tutte le arti ed i consiglieri de’mercandanti, deliberarono che dovesse assolversi un tale Giovanni del fu Ranuccino da una condanna pronunziata contro lui da Ranieri Liaza di Bologna stato potestà di Prato, dichiarando quel giudizio contrario alo statuto pratese ed al diritto delle genti. –
(località citata, carte degli Spedali di Prato).

Frattanto uno storico quasi contemporaneo scriveva che l’Imperatore Federigo II intorno all’anno 1220 fece edificare nella Terra di Prato un castello, chiamato perciò il castello dell’Imperatore – (RICORDANO MALESPINI, Istor. Fior. Cap. 112).

Ma con buona pace di Ricordano in Prato esisteva molto tempo innanzi il castello, ossia il Palazzo dell’Imperatore.

In riprova del qual vero mi si presentano due carte pratesi, che una della Propositura scritta nel 1191, e l’altra degli Spedali di Prato del maggio 1193, in entrambe le quali è ricordato il palazzo dell’Imperatore in Prato. – (località citata ).

Infatti da Prato passava nel 19 febbrajo 1191 l’Imperatore Arrigo VI quando di costà spedì un privilegio in favore del monastero di Passignano, e nel primo gennajo 1213 vi si trovava l’Imp eratore Ottone IV che segnò un Diploma, col quale prendeva sotto la sua protezione la nobile famiglia pisana Ventilio signora del Castel di Tonda in Val d’Evola. – (località citata, Carte della Badia di Ripoli e della Comunità di San Miniato.)

Intanto, scriveva l’Ammirato il giovane, conoscendo i Pratesi quanto importasse alla lor quiete lo star bene coi Fiorentini, nel 1212 fecero promettere dai loro consoli ai reggitori del Comune di Firenze, che le persone e le mercanzie de’Fiorentini per qualsivoglia causa non sarebbero ritenute nel castello e neppure nel distretto di Prato. – (AMMIR. Stori. Fior. Lib.I ).

Appella poi a diverse ville del distretto occidentale del Comune di Prato un accordo fatto lì 28 aprile del 1281 tra l’abate e i monaci di S. Bartolommeo di Pistoja, da una parte, e Ranuccio del fu Enrico de’Rinaldeschi da Prato dall’altra, rispetto alla permuta di tutte le terre, case e fitti che il monastero predetto teneva nel distretto pratese, cioè, nelle ville di Narnali, di Ajolo (Jolo) e di Casale, terre, case e fitti da cedersi al detto Ranuccio a condizione che egli dentro due mesi acquistasse altrettante possessioni e fitti di un valore eguale alle cedute; cioè le terre a ragione di lire 10, e soldi 10 per ogni stioro di terra, e di lire tre per ogni stioro di fitto.

All’Articolo poi PARMIGNO fu indicato un documento dell’anno 1276 in cui sono rammenate molte ville spettanti al distretto pratese, oltre un atto del 24 marzo 1284 degli Spedali di Prato. – (località citata).

Nel 1284, allorché nella Terra di Prato esercitava l’ufizio di capitano del popolo messer Fresco de’Frescobaldi di Firenze (ERRATA : fu edificato) fu ampliato il palazzo pretorio già detto Palazzo del popolo, siccome ne avvisa una lapida ivi murata, ed un istrumento del 23 dicembre 1289 scritto nel palazzo del popolo di Prato. – (località citata ). –

Vedere MAMMEO (S.) o S. MOMMÈ DI SIGNA.

Ad un più antico capitano del Comune di Prato corrisponde un certificato del marzo 1247, nel quale si asserisce che il capitano di Prato era stato esentato dal pagare le gravezze correnti imposte dal Comune predetto stante che egli godeva della protezione imperiale.

Anche un decreto di Federigo di Antiochia dato presso Toscanella lì 21 febbrajo 1247 dichiara il Proposto ed i canonici di Prato sotto la protezione di quel vicario imperiale, graziando la loro supplica, affinché non venissero costretti a pagare le collette imposte dal loro Comune. – (ivi).

Infatti la colletta imposta nell’anno 1247 al clero pratese nel tempo che era rettore e potestà di Prato messer Berlinghiero di Staggia, ascendeva a lire 300. – (ivi).

A cotest’epoca, cioè verso la metà del secolo XIII, il magistrato comunitativo di Prato con il consiglio generale teneva le sue adunanze nella chiesa di S. Maria in Castello , per cui fu ordinata e fusa nel 1254 la campana, che poi venne appesa nella torre in prospetto al Castello dell’Imperatore; mentre il Potestà abitava nella piazza de’Guazzalotti presso S. Donato al Cantone, dove fu per qualche tempo la Corte. – (Diarii dell’Arch. Comunit. Di Prato).

A schiarimento di quanto opinarono alcuni autori rispetto al dominio imperiale sopra la Terra e distretto di Prato gioverà, io penso, una pergamena inedita del 5 gennajo 1283, nella quale si legge: che nella rocca imperiale di San Miniato si presentò a Rodolfo vicario generale in Toscana per conto dell’Imperatore Rodolfo un procuratore dell’abate e monastero di … (forse del monastero di S. Salvatore a Settimo) per rispondere ad una citazione mandatagli, la quale intimava l’abate di quel monastero a restituire i beni da esso occupati e che appartenevano all’Impero; cui il sindaco anzidetto rispose: essere falso un tale addebito, mentre i beni e diritti nella citazione rammentati erano posseduti dal suo monastero per giuste cause, e che provenivano da donazioni fatte dal fu conte Alberto figlio di altro Conte Alberto che li concedè in perpetuo a quel cenobio; per effetto della qual concessione, soggiunse il sindaco, pagava annualmente il suo monastero al popolo di Ugnano un canone di 16 staja d’orzo. – (ivi).

Era appena corso un secolo dalla deliberazione del cerchio attuale della Terra di Prato che quei governanti deliberarono di far lastricare a spese degli abitanti le vie interne, siccome apparisce da un appello fatto nel 2 settembre 1292 da un tal Galesio, il quale si reputò gravato dal Comune di Prato rispetto all’obbligo di far lastricare una di quelle strade. – (ivi).

Frattanto i partiti, imperiale e liberale, avendo trovato in Pistoja e in Firenze nuovo fomite sotto il nome di Bianchi e di Neri, misero in apprensione i governanti fiorentini; sicchè per timore che in Prato non accadesse lo stesso, la Signoria poté indurre i reggitori di questa Terra a far consegnare, siccome fu fedelmente eseguito sotto dì 23 luglio 1301, ad un capitano guelfo fiorentino il Castello dell’Imperatore.

Ma siamo giunti ad una età in cui Prato vanta per suo conterrazzaneo un uomo di vasta e profonda dottrina, che si rese celebre soprattutto in politica, voglio dire del Cardinal Niccolò da Prato già frate Domenicano, che Papa Benedetto XI nel 1304 inviò Legato apostolico a Firenze per pacificare fra loro i due opposti partiti.

Costui, dice Machiavello, sendo uomo per grado, dottrina e costumi in gran reputazione, acquistò subito tanta fede, che si fece dare autorità di potere uno stato a suo modo fermare.

E perché era di partito ghibellino, aveva in animo ripatriare i fuorusciti; e nel tentare varie vie, non solamente non gliene successe alcuna, ma venne in modo a sospetto a quelli che reggevano, che fu costretto a partirsi, e pieno di sdegno lasciò Firenze e Prato in mezzo alla confusione e all’interdetto.

Avvegnachè rispetto ai Pratesi, i capi di parte guelfa veggendo che egli favoriva i Ghibellini per rimetterli in patria, la Signoria intesasi coi Guazzalotti, possente casa in Prato, ed allora molto guelfa, fece levar romore nella Terra: onde il Cardinale veggendo i suoi compatrioti mal disposti, se ne partì scomunicandoli. – (MACHIAVELLI, Storie Fior. G. VILLANI Cronica Lib. VIII Cap. 69).

Ciò nonostante non era no appena corsi 5 anni che ai primi di aprile del 1309 i Ghibellini di Prato cacciarono fuori i Guelfi, comecchè il giorno dopo da questi ultimi coll’ajuto de’Pistoiesi e de’Fiorentini fosse ricuperata al Terra cacciandone i Ghibellini. – (GIO. VILLANI, Cronica Lib. VIII Cap. 106).

In benemerenza di ciò i Pratesi nel 1312 prestaronsi con impegno inviando 400 soldati a piedi e 50 a cavallo a Firenze, minacciata in quell’anno da Arrigo di Lussemburgo, che costà avviossi con le sue armate per punire i Fiorentini suoi ribelli.

Più tardi i Pratesi altri soccrosi fornirono in pedoni e cavalieri alla grande armata della lega guelfa toscana, quando nel 1315 si raccoglieva in Val di Nievole per battagliare l’esercito di Uguccione della Faggiuola.

A cotest’epoca i Pratesi seguitando a far parte della lega guelfa si posero con i Fiorentini, Pistojesi ed altri popoli della Toscana sotto la protezione del re Roberto di Napoli capo e difensore de’Guelfi in Italia, da primo per cinque anni che poi di tempo in tempo sotto lo stesso sovrano si raffermarono.

E di certo, soggiunge il Villani, ciò fu lo scampo di questi paesi che senza il mezzo potente di quel re, guasti e stracciati ad ogni ora si sarebbero tra loro, e cacciata l’una parte dall’altra. – (G. VILLANI, Cronic. Lib. IX Cap. 59).

Però la prima proposizione fatta lì 28 settembre del 1313 nel consiglio generale, di sottomettere la Terra e distretto di Prato al re Roberto, fu rigettata con 129 voti contro 54; ma nell’adunanza del 6 novembre successivo la proposta medesima fu accettata dal consiglio con 119 voti favorevoli e 13 contrarj, previe alcune condizioni che poi non furono religiosamente rispettate.

Uno dei primi vicarii regii destinati al governo di Prato in nome del re Roberto fu messer Gregorio Guidacci di Napoli, che comparisce in un atto del 20 marzo 1314; dal qual documento rilevasi che la sua residenza era contigua,
(ERRATA: se non fu lo stesso palazzo) che pur fu lo stesso palazzo del popolo, dove risiede tuttora il regio Vicario. Al Guidacci alla fine di quello stesso mese sottentrò in vicario regio un tal Matteo dell’Aquila.

Giunti all’anno 1326 il Gonfaloniere e gli Otto difensori della Terra di Prato dettero liberamente il governo della loro patria a Carlo duca di Calabria figlio del re Roberto.

Il qual duca, già riconosciuto dai fiorentini in loro signore, nell’ottobre di detto anno fece cavalcare a Prato quasi tutta sua gente, che era molta e ben armata con quella degli alleati guelfi, Sanesi, Perugini, Bolognesi, Orvietani e moltissimi altri della lega pe recarsi, parte nella Lunigiana e parte al Montale, con l’intenzione di battere le genti di Castruccio.

Ma cotesta impresa tornò vana, con vergogna di quel duca e di tutta la lega. – Vedere LUCCA. – (GIO. VILLANI, Cronica Lib.X. Cap.1 e 2).

Quindi, nel novembre del 1328 essendo morto in Napoli il predetto Carlo figlio ed erede al trono del re Roberto, i Pratesi continuarono ad ubbidire come per lo passato al vicario regio, (ERRATA : dopo averli retto) dopo averli retti per qualche anno un loro potestà. – (Diurni della Com. di Prato dal 1320 al 1328.)

Infatti fra le pergamene di quella Propositura trovasi una protesta del 13 febbrajo 1329 fatta dal pievano di Massa Piscatoria in Val di Nievole davanti a Bucco vicario regio di Prato, ed una procura del 3 novembre 1333 del capitano del popolo di Prato per trattare tutte le cause che il suddetto capitano potesse avere col vicario regio della Terra di Prato o con altri.

In questo frattempo peraltro non solo il Comune di Prato venne compreso nel trattato del 12 agosto 1329 stabilito tra la lega guelfa toscana ed i Pisani, ma i Pratesi furono dai Fiorentini assistiti con prontezza incredibile allora quando Castruccio degli Antelminelli, al primo di luglio del 1323, cavalcò con le sue genti in sul contado loro, perc hé, disse il Villani, quel popolo non gli voleva dare tributo come glielo avevano dato i Pistoiesi, onde egli accampatosi intorno alla villa d’Ajolo (Jolo) (ERRATA : appena due miglia) circa tre miglia toscane a ponente di Prato, mostrava di volere questa Terra in ogni modo occupare. – (G. VILLANI, Cronic. cit.)

Ma di cotesta ostilità discorrono più a lungo i diurni della Comunità di Prato, sia allorché con provvisione del 25 giugno fu deliberato nell’anno 1322 il cerchio attuale delle mura di Prato circondato e difeso da fossi nuovi mediante l’acqua delle gore, sia allorché il magistrato comunitativo nel 20 ottobre del 1322 stanziò alcuni ordini sopra le guardie notturne alle porte e ai borghi nuovi e vecchi; come ancora allorché nel 20 luglio del 1323 fu presa la deliberazione di fortificare le pievi di Ajolo e di S. Ippolito in Piazzanese, e mettervi guardie opportune per difendere gli uomini e le robe delle ville d’Ajolo, Galciana, Tobbiana, Casale, Vergajo, Capezzana ed altre del distretto pratese, le quali erano state abbandonate da’loro lavoratori a cagione delle scorrerie fatte dalle genti di Castruccio; ed affinché gli abitatori di quelle ville vi tornassero, con deliberazione del 16 agosto dello stesso anno furono esentati dalle gabelle e dazj comunitativi per un’anno, e quelli di Ajolo per tre anni.

Contuttociò i fuorusciti del Comune nell’aprile del 1325 essendosi fortificati nella pieve di S. Giusto a Piazzanese con deliberazione del 26 di quel mese il magistrato comanitativo proibì a chiunque di Prato di accostarsi a detta pieve, e molto meno di portarvi vettovaglie ed armi; quindi nel 6 giugno successivo il consiglio generale autorizzò il gonfaloniere e gli Otto difensori del popolo di assoldare quanti più uomini a piedi ed a cavallo avessero creduto opportuni alla difesa e guardia di Prato.

Nell’estate di quello stesso anno 1325 Castruccio, ch’era stato accolto dai Pistojesi in loro signore, cavalcò verso il distretto di Prato dalla parte di Val di Bisenzio, dove con le sue genti devastando, incendiò e fece prigioni molti uomini delle ville di Schignano e di Vajano, sicchè nel dì 11 settembre del 1325 il consiglio generale del Comune di Prato provvide che per tre anni le dette ville e persone fossero esenti da ogni dazio, cui erano tenuti gli altri uomini e ville del distretto pratese. – (Diurni di detto anno pag. 341.)

Finalmente dopo la vittoria nel 25 settembre 1325 da Castruccio riportata all’Altopascio, i vincitori ritornando nell’ottobre verso Prato devastarono una parte del suo distretto, tal chè molte di quelle genti essendosi ritirate nel capoluogo, lì 3 dicembre del 1325 esposero a quel magistrato la necessità di aprire delle strade dentro il cerchio nuovo di Prato, e accordare terreno, necessario a chi avesse voluto lungo esse fabbricare case, tostochè le abitazioni di campagna erano state loro distrutte dalle genti di Castruccio. – (ivi pag. 349.)

Durante la signoria del duca d’Atene in Firenze sembra che i Pratesi continuassero ad essere retti da un vicario del re Roberto col titolo di Conservatore della giurisdizione.

Avvegnachè lo storico fiorentino di sopra citato al capitolo 2 del Libro XII della sua Cronica racconta: che nel giorno di S. Jacopo di luglio, negli anni 1342, essendo molti Pratesi iti alla festa a Pistoja, Rodolfo di messer Tegghia de’Pugliesi venne per entrare in Prato, che n’era ribelle, con forza degli Ubaldini e del conte Niccolò Alberti da Cerbaja e con certi suoi fedeli, nemici de’Guazzalotti, oltre un numero di contadini fiorentini sbanditi, in quantità di 40 a cavallo, e di circa 300 fanti, perocchè gli doveva essere data l’entrata della Terra.

Ma per sua diavventura non gli venne fatto, sicché egli fu preso con 20 fiorentini sbanditi andandosene per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze insieme con gli altri, il duca d’Atene lasciò i nostri sbanditi, sopra i quali avea la giurisdizione, e al detto Rodolfo, che non gli era suddito, né sbandito del Comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa; e dissesi che n’ebbe moneta da’Guazzalotti di Prato ecc.

Questo fatto ci richiama per sventura alla memoria lo spirito di parte dal quale sotto il manto di Guelfi o di Ghibellini in quella età le famiglie principali e magnatizie di un paese si facevano atroce guerra; al che gioverà aggiungere qualmente in venti giorni, sotto il gonfalonierato di messer Bettino Guardini da Prato, fra l’11 ed il 28 febbrajo dell’anno 1822, furono ribanditi e rimessi in Prato 811 fuorusciti.

Arroge a ciò una sentenze del 1 aprile 1343, stata pronunziata dall’ufiziale sopra i beni dei ribeli, in cui è rammentato un giudizio precedente dato dal Conservatore dei diritti della regia maestà di Napoli sopra Prato, col quale si riconobbero giusti i titoli di donna Valvina vedova di Tegghia Pugliesi di Prato a possedere alcuni beni da essa lei con la sua dote acquistati, non dovendo la donna venire molestata dal magistrato di quel Comune per qualsiasi delitto politico di Rodolfo Pugliesi suo figliuolo.

E qui cade il destro di far conoscere il testamento di Rodolfo di Tegghia Pugliesi, il quale chiamò erede universale dei suoi beni l’ospedale di S. Maria della Scala di Siena; per cui quei frati adunati capitolarmente nel dì 8 novembre dell’anno 1348 accettarono l’eredità di detto Pugliesi nel tempo che rilasciarono mandato di procura al rettore dello spedale della misericordia di Prato, affinché a nome di quello della Scala di Siena egli prendesse possesso dei beni lasciati dal prenominato Rodolfo Pugliesi. – (località citata Carte degli Spedali di Prato.)

Nello stesso anno 1348 essendo stata riconosciuta dai baroni di Napoli in loro regina Giovanna figlia di Carlo duca di Calabria, anche i Pratesi prestarono omaggio ai ministri di quella principessa, cui si mantennero fedeli fino al 1350. Avvegnachè nel 1350 i Fiorentini per opera del gran Siniscalco Niccolò Acciajoli con trattato del febbrajo di detto anno ottennero dalla regina di Napoli a del re Luigi di lei consorte la Terra e distretto di Prato con lo sborso di 17500 fiorini d’oro; la qual somma fornì al Comune in imprestito senza frutto Francesco di Cino Rinuccini di Firenze. – (Ricordi Storici di Filippo Rinuccini pag. 112.),

A dare pertanto esecuzione al contratto suddetto la Signoria di Firenze mandò a Prato Giovanni di Alamanno de’Medici e Paolo degli Altoviti per prenderne solenne possesso, e così manifestare ai Pratesi che la loro Terra e contado d’allora in poi restavano incorporati al contado della repubblica fiorentina.

Infatti da quel tempo in poi la Signoria di Firenze incominciò a mandarvi i suoi ufficiali, recando le cause superiori criminali e le altre faccende politiche più gravi davanti alla corte del potestà a Firenze.

Contuttociò il governo fiorentino per assicurarsi meglio di cotesta Terra appena acquistata in compra nel 1350 ordinò si costruisse accosto al castello dell’Imperatore una via coperta, la quale mediante due ali di muro per parte con una volta ad uso di corridojo univa, ed unisce tuttora, il castello predetto alle mura castellane non molto lungi dalla Porta Fiorentina.

Allora fu che si accrebbero le fortificazioni con una porta di sicurezza riducendo la testa di quel corridore a modo di castello, corrispondente alla Rocca nuova più volte dai documenti del tempo rammentata – (MATT. VILLANI , Cronic. Lib. III Cap.96).

Trovo infatti che nel dì 11 gennajo del 1351 (stile comune) entrò castellano nel castello detto dell’Imperatore in Prato Francesco di Tano Guasconi di Firenze, che poi consegnò al nuovo castellano Carlo del fu Braccino di Figline con atto del 16 agosto 1351, e questi diede la consegna a Salvino del fu Simone Beccanugi di Firenze eletto in di lui successore.

Quindi sotto dì 27 novembre 1351 Gregorio di Ranieri Rinuccini del popolo di S. Jacopo d’Oltrarno castellano della Rocca nuova di Prato la consegnò al suo successore Tommasino del fu Geppe d’Empoli; al quale ultimo nel 7 luglio del
1352 sottentrò nella stessa Rocca nuova per castellano Francesco Arrigucci di Firenze.

Finalmente di entrambe le rocche, vecchia e nuova, incontrasi menzione in un accesso del 29 luglio 1358 fatto alla Rocca nuova di Prato da Giovanni di Ser Tano Guasconi suo castellano, mentre nel primo ottobre dello stesso anno prese la consegna della Rocca vecchia di Prato il castellano Amerigo del fu Giovanni Strozzi di Firenze.

Lascerò per brevità altri accessi di castellani alle due rocche, nuova e vecchia di Prato,
fatti nell’anno 1354, 10 maggio; nel 1360, sotto dì 29 luglio e 12 marzo; nel 6 aprile e 6 ottobre del 1358; nel 2 marzo e 14 ottobre del 1362; nel 15 marzo, 14 settembre e 20 novembre del 1362; nel 14 marzo, 26 aprile e 12 novembre del 1363; nel 10 maggio e 20 ottobre del 1364; nel 17 marzo del 1365; nei 21 e 24 aprile del 1368; sotto il 24 ottobre del
1371, e nel 30 aprile del 1380, oltre molti altri documenti atti a dimostrare che in Prato sino dal 1351 esistevano due rocche e due castellani diversi inviati costà ogni semestre dalla Signoria di Firenze . – (loc. cit. Carte dell’Arch. gen.)

Fra le dimostrazioni di parzialità usate del Comune di Firenze a favore dei Pratesi, oltre quella del 29 gennajo 1384, quando i Fiorentini incaricarono gli otto difensori ed il Gonfaloniere di giustizia del Comune di Prato di eleggere a piacere un contestabile con venti paghe per recarsi alla custodia della loro rocca d’Arezzo, oltre le esenzioni ed immunità concesse agli abitanti dopo avere acquistata dalla regina di Napoli la Terra e distretto di Prato; oltre che uno dei più benefici mercanti, il Datini fondatore del Ceppo de’poveri, ripeter dové le sue ricchezze dall’industria commerciale associandosi ai Fiorentini; è noto che Signori di questa repubblica nel 30 agosto del 1409 incaricarono un loro delegato, Marcello Strozzi, perché facesse istanza al Pontefice Alessandro V, acciò volesse erigere in città vescovili ed in cattedrali le chiese collegiate di Prato e di Sanminiato accompagnando all’istanza una nota dei luoghi da assegnarsi alla diocesi pratese.

Alessandro V annuì alle preci dei Fiorentini, in guisa che da Pisa, dove allora il Pontefice stanziava, si recò a Prato e costà si vuole che dettasse il breve d’erezione di questo vescovado.

Ma il breve rimase senza effetto, o fosse per la morte di quel papa accaduta poco appresso in Bologna, oppure per effetto delle vicende calamitose de’tempi che succedettero, senza dire degli ostacoli che vi dovettero opporre i vescovi di Pistoja. – Vedere DIOCESI DI PRATO.

Peraltro l’allegrezza dell’acquisto fatto dai Fiorentini di questa Terra, venne amareggiata dall’annunzio che Bologna fosse caduta in potere dell’arcivescovo di Milano Givanni Visconti e si accrebbe l’allarme quando si sentì l’oste medesima avere attraversato l’Appennino di Pistoja, e di là essersi inoltrata nella pianura prossima a Firenze tra Campi, Brozzi e Peretola.

Oltredichè rispetto a Prato aumentava inquietudine la famiglia dei Guazzalotti assai potente in essa Terra sua patria, della quale era capo uno che fu Guelfo, Jacopo figliuolo di Zarino e ultimamente potestà in Ferrara, poscia fattosi Ghibellino.

Era quell’Jacopo di Zarino che nel 25 agosto del 1349, deputato in arbitro dalle parti, pronunziò in Prato un lodo, mercé del quale furono aggiustati gl’interessi fra Michele di Datuccio mallevadore di Giovanni di Chiarentino de’Chiarenti di Pistoja debitore principale da una parte, e Giancarlo di Zarino di Vanni de’Lazzeri con Bartolo suo fratello pistojesi creditori dall’altra parte. – (ARCH. DIPL. FIOR. Opera di S. Jacopo di Pistoja ).

Ma cotesto Jacopo Guazzalotti appena tornato da Ferrara a Firenze essendo stato per alcuni dubbj dalla signoria confinato a Montepulciano, né potendo egli soffrire cotanta ingiuria, ruppe il confine, e accordatosi coll’Oleggio signore di Bologna, nel febbrajo del 1353 (stile comune) calò per Val di Bisenzio al Borgo di Vajano, dove egli teneva case, terre e fedeli, e di costà con molti amici e fuorusciti si preparava di rientrare armata mano in patria.

Allora fu che i Dieci di balìa di guerra inviarono a Prato gente d’armi per assicurare la Terra; quindi scoperti alcuni colpevoli di tradigione, ne fece condannare nove a perdere il capo, sei dei quali appartenevano all’antica famiglia dei Guazzalotti, mentre ad Jacopo fuoruscito furono rovinate le case, confiscati i beni e postogli taglia di 2000 fiorini d’oro . – (MATT. VILLANI Cronica, Lib. II, Cap. 62.)

In grazia però della pace di Sarzana fatta lì 31 marzo 1353, Jacopo Guazzalotti con i suoi consorti essendo stato compreso in quel trattato, come uno degli aderenti dell’arcivescovo Visconti, poté insieme ai suoi colleghi rimpatriare e riavere le sue sostanze.

Fra le membrane appartenute alla Comunità di Prato riguardanti la storia politica ed economica della contrada merita, io (ERRATA: mi suppongo) mi do a credere, di essere rammentata una del 23 giugno 1193, dalla quale si rileva, che il vescovo di Worms Legato dell’Imperatore Arrigo VI venendo a Prato ordinò che si atterrassero le case e si distruggessero i possessi dei Paterini e Paterine che ivi dimoravano, con bando che proibiva a chiunque di detta Terra e suo distretto di dare a quegli eretici consiglio o ajuto di sorta, e nel caso d’inobbedienza li condannava in lire cento pisane.

Lo stesso Legato imperiale inoltre ingiungeva ordine agli uffiziali del Comune di Prato di non recare impedimento qualora egli comandasse di prendere alcuno de’Paterini sotto pena in caso di contravvenzione di mille marche d’argento

Ordinava infine al magistrato pratese sotto la penale stessa, di non offendere in cosa alcuna il Proposto della collegiata di S. Stefano di Prato, il quale era anche cappellano dell’Imperatore, egualmente che i Proposti che a lui succederebbero e loro capitolo.

Un’altra carta del dì 8 settembre 1337 tratta di un bando mandato da Acciajolo Acciajoli vicario pel re Roberto di Napoli riguardante la libertà accordata in quell’anno nella festa del S. Cingolo ai carcerati per affari civili del Comune di Prato.

In un terzo istrumento del 21 luglio 1400 si contengono diversi capitoli di provvisioni della Signoria del Comune di Firenze riguardanti l’elezione degli Otto difensori del popolo di Prato e loro ingerenze.

Ai quali atti aggiungasi altra deliberazione del dì 20 maggio 1469, mercé cui la stessa Signoria di Firenze diede facoltà agli Otto difensori del popolo e Comune di Prato di continuare la nuova riforma degli statuti relativamente ai doveri dei suoi ufficiali, i più antichi de’quali dovevano risalire al secolo XII, comecchè non si trovino rammentati statuti pratesi innanzi il 1208.

Le riforme pertanto aggiunte alli statuti comunitativi di Prato le più conosciute portano le date degli anni 1289, 1297, 1330, 1335, 1350, 1400, 1469, 1501, ecc. – (loc. cit., Carte della Comunità di Prato.)

Era morto di pochi mesi a Careggi Piero di Cosimo de’Medici che a Tommaso Soderini i figliuoli aveva caldamente raccomandato, quando nel dì 6 aprile del 1470 accadde in Prato un grave ed impensato tumulto, il quale quanto in sul primo avviso apparì pericoloso, tanto poi riescì vano e di niun momento.

Bernardo di Andrea Nardi ribelle della città di Firenze col consenso del suo fratello Silvestro e di altri fuorusciti venne la mattina di detto dì con circa 50 compagni pure sbanditi del contado di Prato e Pistoja, e con l’ajuto di certi messi del potestà, Cesare Petrucci, entrò in Prato, e prese la rocca, una porta della Terra ed il palazzo pretorio, dove appena fatto prigione lo stesso potestà corse con quelle genti la Terra gridando: Viva il popolo di Firenze e la libertà.

Ma non avendo soccorsi come quei ribelli si aspettavano, furono presi ed impiccati in sul fatto circa 12 di loro, ed a Firenze ne vennero condotti circa 15, oltre il detto Bernardo Nardi, al quale nel dì 9 aprile fu poi mozza la testa, e alquanti di quegli altri presi furono impiccati. – (RICORDI STORICI di Filippo di Cino Rinuccini e figli).

L’Ammirato nella sua storia vi aggiunse, (Lib. XIII) che trovavasi per avventura in quell’occasione in Prato Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, il quale inteso questo movimento del Nardi, e accortosi che egli non aveva che pochi compagni, e come della Terra non era alcuno che avesse le armi preso in suo favore, risolvè di raffrenare il furore di cotesto pazzo.

Per il che radunati molti altri fiorentini ed alcuni pratesi, assaltò con questi il Nardi, il quale dopo corta difesa restò ferito e preso, e a capo di 5 ore la sedizione mossa rimase terminata.

All’Articolo PISTOJA, Vol. IV pag. 423, rammentai una laurea dottorale data in Prato, nel 28 fe bbrajo 1485 mentre l’Università di Pisa per causa di pestilenza era stata traslocata provvisoriamente in questa Terra, e che la persona laureata in diritto fu Giovanni Vittorio figlio di Tommaso Soderini, quello stesso che nel 1512 andò ambasciatore della sua repubblica alla dieta che tenevano i suoi nemici in Mantova, mentre il di lui fratello Piero cuopriva in Firenze la carica di gonfaloniere perpetuo.

Ma ci siamo avvicinati ad un’epoca assai lacrimevole per Prato, quale fu quella accaduta nel 1512; voglio dire, del miserabile ed orribile sacco, accompagnato da strage immanissima di molte persone di ogni classe, età e sesso per opera de’barbari atrocissimi Spagnuoli, dai quali la stessa città di Roma 14 anni dopo ebbe a soffrire un consimile crudelissimo e furibondo saccheggio.

Dalle descrizioni del sacco di Prato lasciate da vari scrittori, tre delle quali testè pubblicate nel Vol. I dell’Archivio storico italiano, da quelle descrizioni, io diceva, apparisce piuttosto che un sacco di robe e di effetti, una tragedia d’innocenti persone, un cumulo di violenze e di martori dati da cannibali; comecchè non fia totalmente improbabile che in quel frangente di troppo lunga durata tenessero mano agli assalitori anche de’fuorusciti pratesi, pistojesi e fiorentini.

Al qual dubbio mi fornisce motivo, fra gli altri, il fatto seguente:
È noto che Prato fu preso nel 29 agosto del 1512, da una mandata di soldati spagnuoli, dai quali furono messi a ruba le case ed uccise stranamente le più rispettabili persone, per sino a che que’famelici nemici nel 19 settembre successivo partirono di là.

Ma non saprei dire che sia egualmente noto che nel 13 dicembre dell’anno medesimo il Pontefice Giulio II segnò tre bolle; una delle quali diretta all’arcivescovo di Firenze, l’altra al proposto della chiesa di Prato e la terza al vicario del vescovo di Pistoja, in tutte le quali il Papa autorizzava quei prelati a fulminare la scomunica contro coloro che non avessero restituito agli ospedali di Prato i beni mobili, immobili o altre cose state ad essi tolte nel sacco.

In conseguenza di ciò nel 14 gennajo del 1512, stile fiorentino, ossia 1513 stile comune, il proposto della collegiata di S.Stefano di Prato emanò un monitorio di scomunica contro que’suoi popolani che dentro un dato termine avessero continuato a ritenere beni mobili, immobili o semoventi di proprietà degli spedali di S. Maria Maddalena, di S. Silvestro (del Dolce), della Misericordia di Prato e del Ceppo – (ARCH. DIPL. FIOR. Carte degli Spedali di Prato ).

Dall’anno 1512 in poi Prato come Firenze dové sottoporsi ai comandi di quel cardinale Giovanni de’Medici, che aveva impinguato il suo patrimonio con le ricche rendite di molti benefizj ecclesiastici, fra i quali furonvi quelli della chiesa collegiata di Prato e della badia di Vajano; di quel cardinale che aveva fornito agli Spagnuoli i due cannoni presi da Bologna per potere aprire la breccia alle mura castellane di Prato e irrompere più presto alla rovina di que’pacifici abitanti.

Che se li scrittori non si trovano su di ciò pienamente d’accordo; se molti ingrandirono oltre il vero cotesta sventura, certo è che in conseguenza di quel sacco i Pratesi risentirono per lunga età i tristi effetti per l’uccisioni di molte persone, e per la perdita d’immense fortune, cui si aggiunsero le grosse taglie imposte dagli Spagnuoli a coloro più benestanti che vivi rimasero; cosicché questi bramando redimersi dalla prigionia, dovevano ribellarsi all’indiscrete esigenze e crudeltà dei loro sgherri, qualora eglino essere afflitti, tormentati e uccisi in vario modo non volevano.

Nel tempo che Firenze era assediata dalle truppe dell’Imperatore Carlo V e del Pontefice Clemente VII, dopo che i di lei reggitori ebbero fortificato la Terra di Prato come uno degli antemurali della loro città, e messovi alla guardia il capitano Otto da montauto, e per commissario Lottieri Gherardi, fu poi nel principio del 1530 presa la deliberazione di abbandonare Prato e Pistoja per non poterle reggere in tanta spesa, e così i commissrj che v’erano per la Repubblica Fiorentina se ne partirono coi loro soldati, lasciando in libertà i Pratesi al pari de’Pistojesi, i quali si accordarono con Papa Clemente, ricevendo alla cura e governo della loro patria cittadini medesimamente fiorentini, ma di fazione Pallesca o Medicea. – (BERNARDO SEGNI, Stor. fior. Lib. IV.)

In cotesto tramezzo di anni la Signoria di Firenze per supplire alle gravi spese aveva deliberato di vendere i beni de’Ceppi di Prato e di Pistoja; ma appena entrato in seggio costà il nuovo governo pontificio tali vendite furono annullate, dondechè molti che li avevano per grossa somma comprati, e pagatone anche le gabelle, perdendo ogni cosa vi rimasono quasi disfatti. – (Oper. cit. Lib. V)

Realmente ne’diurni del 1531 di cotesta Comunità havvi una deliberazione fatta lì 23 febbrajo dell’anno 1532 (stile comune), affinché il gonfaloniere e gli Otto difensori del popolo di Prato accettassero senza difficoltà di ricevere la commissione dal Pontefice di annullare le vendite de’beni di luoghi pii fatte al tempo dell’ultima guerra.

Nello stesso mese ed anno essendo rovinato il palazzo del Potestà e del Comune di Prato, fu determinato che da lì in avanti per adunare il consiglio si suonasse la campana del cassero.

Frattanto il magistrato per le sue adunanze e per l’abitazio ne del potestà e famiglia prese a pigione una casa di Bartolommeo Cortesi posta nella piazza di S. Francesco. – (Diarj per l’anno suddetto pag. 929 .)

Sotto il primo Granduca i reggitori del Comune di Prato, lasciato il titolo degli Otto difensori, presero quello di Priori preseduti come innanzi dal Gonfaloniere di giustizia.

Il numero de’Priori fu conservato di otto come quello de’difensori del popolo pratese, tostochè la Terra continuò per molto tempo anche sotto il governo Mediceo a tenersi repartita in otto porte, le quali sebbene non tutte fossero rimaste aperte, né con lo stesso nome di quelle del vecchio cerchio, pure si chiamavano sempre coi vocaboli antichi. Ciò è dimostrato non solo dall’informazione del 26 febbrajo 1555 richiesta dal duca Cosimo e per esso dagli uffiziali del balzello per sapere, se i subborghi concorrevano insieme con la Terra di Prato alle gravezze, o sivvero con le 45 ville del suo contado, ma anche meglio apparisce ciò dalla popolazione di Prato dell’anno 1551 descritta per le otto porte, e non per parrocchie.

Lo stesso dicasi dei sei subborghi di essa Terra come può vedersi qui appresso.

Dalla dinastia attuale ebbe anche Prato molti mezzi d’eccitamento, sia nei soccorsi forniti all’industria di quegli abitanti, sia nelle leggi protettrici della libertà commerciale, sia nelle aumentate e facilitate vie di comunicazione.

Risiedono in Prato un vicario regio, un ingegnere di Circondario, un ricevitore dell’ufizio del Registro, un cancelliere Comunitativo e un comandante di Piazza.

La conservazione delle Ipoteche è in Pistoja, il tribunale di Prima Istanza a Firenze.

Popolazione della TERRA di PRATO distribuita in otto Porte nell’anno 1551.

Popolazione della Terra dentro le mura

Nome delle otto antiche Porte della Terra di Prato e numero delle famiglie e degli abitanti.
1. Porta S. Giovanni (non esiste più) famiglie n° 150, abitanti n° 1039
2. Porta al Travaglio poi Serraglio (esiste tuttora ) famiglie n° 206, abitanti n° 1044
3. Porta Gualdimare (ora appellata Pistojese) famiglie n° 175, abitanti n° 1055
4. Poera Fuja, poi di S. Paolo, o a Lione (non esiste più) famiglie n° 105, abitanti n° 717
5. Porta a S. Trinita (è sempre aperta) famiglie n° 149, abitanti n° 687
6. Porta a Corte (non esiste più) famiglie n° 59, abitanti n° 241
7. Porta a Capo di Ponte (ora Fiorentina ) famiglie n° 134, abitanti n° 663
8. Porta Tiezi (ora Mercatale) famiglie n° 117, abitanti n° 554
- Somma famiglie n° 1095
- Somma abitanti n° 6000

Popolazione de’sei subborghi di Prato
1. Subborgo di Porta Gualdimare famiglie n° 37, abitanti n° 236
2. Subborgo di Porta Serraglio famiglie n° 26, abitanti n° 114
3. Subborgo di Porta a Lione famiglie n° 11, abitanti n° 86
4. Subborgo di Porta S. Trinita famiglie n° 12, abitanti n° 79
5. Subborgo di Porta Capo di Ponte famiglie n° 35, abitanti n° 283
6. Subborgo di Porta a Tiezi famiglie n° 22, abitanti n° 147

- Somma famiglie n° 143
- Somma abitanti n° 945

TOTALE della Terra di PRATO con i suoi Subborghi
- famiglie n° 1238
- abitanti n° 6945

Lunga poi sarebbe la lista degli uomini illustri pratesi, se tutti si dovessero qui annoverare; per cuio mi limiterò a indicarne i più celebri.

Nelle scienze tecnologiche figurò nel principio del secolo XIV il Cardinale Niccolò degli Albertini, preceduto di un secolo da Fr. Arlotto da Prato, il quale ultimo è creduto il primo autore delle Concordanze bibliche.

Nel secolo poi XVI riescì bravo canonista il proposto Giminiano Inghirami, mentre sul declinare del secolo passato e nei primi anni di quello che corre fu celebre per ecclesia stica dottrina e per solide virtù Antonio Martini Arcivescovo di Firenze.

In politica figurarono il nominato Cardinale e poco dopo Jacopo Guidalotti.

Nelle scienze fisiche e matematiche Prato conta molti uomini distinti in varie età; tale fu nel secolo XIV Paolo Dagomari soprannominato il Geometra, Francesco Buonamici amico del celebre Galileo, Jacopo Bettazzi autore dell’ Opus Pascale, ossia delle correzioni al calendario Gregoriano; ma pochi forse pareggiarono in dottrina ed ingegno il Professor Francesco Pacchiani ed il dottor Giovacchino Carradori, uno che scrisse molto,e l’altro troppo poco.

Entrambi fiorirono nella fine del XVIII e sul principio dell’attuale.

In belle lettere Prato conta tra i primi il Convenevole, maestro del Petrarca, e Giovanni di Gherardo espositore in Firenze della Divina Commedia, morto il primo nel secolo XIV, l’altro nel secolo XV.

In economia e nelle arti industriali figurò il mercante Francesco Datini che mancò nel principio del sec. XV, mentre sul finire del XVIII si rese benemerito della sua patria Vincenzio Mazzoni perché v’introdusse l’arte lucrosa dei berretti all’uso di Levante, cui fu compagno nelle imprese opificiarie l’altro benemerito pratese Giovacchino Pacchiani.

In fine in erudizione e storia sono noti più degli altri nel secolo passato come autori distinti di varie opere l’abate Giovan Battista Casotti ed il dottor Giuseppe Bianchini.

Nelle arti belle poi, se Fra Bartolommeo della Porta non ripete i suoi natali in Prato, li ebbe senza dubbio in una sua villa (Savignano), e fu nel convento di Prato dove egli vestì l’abito Domenicano.

Fondazione delle Chiese più cospicue o per merito artistico più segnalate.

Questa piccola città innanzi il 1780 poteva dirsi un seminario di conventi e di monasteri, dei quali anche dopo le soppressioni accadute sul declinare del secolo passato, o nel principio del presente, sono restati tanti claustri da dover accordare ai Pratesi una gran propensione verso i regolari, al pari che per molte altre opere pie.

Cattedrale.

Quantunque le memorie di questa chiesa matrice di Prato, già Propositura collegiata sotto il titolo di S. Stefano in Borgo Cornio, risalgano al secolo X, la sua riedificazione non sembra più vetusta del milleduecento. Cotesto tempio ha la facciata volta a ponente e l’altar maggiore a levante come le cattedrali di Pisa, di Lucca, di Firenze, di Pistoja, ed in generale di tutte le chiese di costruzione assai vetusta.

Nel 1317 per allungare cotesta pieve verso il presbiterio, ossia dal lato orientale, furono acquistate le case che gli erano più vicine mediante una deliberazione capitolare del 2 agosto 1312, cioè, 5 giorni dopo il tentato furto del S.Cingolo.

A cotesto secolo pertanto rimontano gli archi a mezzo sesto, le colonne ed i capitelli della crociata superiore dell’attuale cattedrale di Prato, mentre il restante spetta alla primitiva costruzione delle tre navate inferiori che conservano il pristino carattere.

L’edifizio tanto interno come esterno è incrostato tutto di un bel serpentino verde e nero del vicino Monteferrato a strisce alternanti con quelle di pietra alberese di tinta biancastra.

Le colonne della navata di mezzo sono totalmente di serpentino, così le basi, le quali nelle navate inferiori sono interrate mezzo palmo circa nel pavimento.

È opinione che restasse incombesato dell’accrescimento della fabbrica il celebre Giovanni di Niccola pisano, e si crede egualmente opera sua la grandiosa torre quadrata ad uso di campanile. Cotest’ultima doveva essere quasi compita nel primo terzo del secolo decimoquarto, poiché havvi una lettera diretta del vescovo di Pistoja lì 4 febbrajo 1340 ai fedeli della sua diocesi, onde esortarli a contribuire con l’elemosine per le nuove campane da farsi alla torre della pieve di S. Stefano a Prato. – (ARCH. DIPL. FIOR.,Carte del S. Cingolo).

La facciata però di cotesta chiesa non sembra che restasse terminata prima della metà del secolo XV, avvegnachè nel 26 luglio dell’anno 1457 il magistrato civico di Prato deliberò di pagare i maestri che avevano compita l’opera della facciata della Collegiata. – (loc. cit. Carte della Comunità di Prato).

Sulla porta principale dello stesso tempio ammirasi un bellissimo bassorilievo di terra invetriata, di cui il famoso Luca della Robbia è reputato l’autore.

Di un autore anco più certo è il pergamo di marmo esistente sull’angolo della facciata della chiesa, da cui si mostra al popolo la sacra Cintola, dove ne’sette spartimenti a basso rilievo, mediante contratto del 27 maggio 1435, che stabiliva il prezzo in 25 fiorini d’oro per cadauno di quegli spartiti, fu scolpita da maestro Donatello fiorentino con maraviglioso artifizio una bella corona di fanciulli reggenti festoni. –(loc. cit.)

Nella cappella maggiore di cotesta cattedrale fu dipinta a fresco la storia di S. Stefano e quella di S. Giovanni Battista da Fr. Filippo Lippi con tale maestria che innamora a vedere quel capo d’opera stato a dì nostri magistralmente restaurato dal meritissimo pittore pratese Antonio Marini.

Il presbitero lungo quanto l’intiera crociata e fabbricato in buona simetria contemporaneamente all’altare maggiore; opere entrambe eseguite nel 1638 col disegno del Cavalier Bernardino Radi, sebbene da alcuni credute di Bernardo Buontalenti.

Né qui si limitano gli oggetti di belle arti che adornano la cattedrale di Prato, mentre il nominato Fr. Filippo Lippi dipinse ivi in tavola la morte di S. Bernardo, Vincenzio Danti scolpì il cenotafio del Proposto Carlo de’Medici figlio naturale di Cosimo il vecchio, e Pietro Tacca fuse il crocifisso in bronzo di grandezza al naturale collocato sopra l’Altar maggiore.

Le pareti poi della ricca cappella del S. Cingolo furono pitturate da Angiolo Gaddi, e restaurate dallo stesso abilissimo Antonio Marini.

La statuina di Maria Vergine sull’altare e di Giovanni Pisano, e i lavori dell’altare antico riposti nella sagrestia annessa del S. Cingolo spettano alla scuola pisana. Anche il cancello di bronzo fu (ERRATA: disegnato da Filippo Brunellesco) diretto da Lorenzo Ghiberti.

Nel terrazzino interno sulla porta maggiore esiste una bella tavola di Ridolfo Ghirlandajo ed anco nelle cappelle laterali non mancano buoni quadri, fra i quali una tela di Carlo Dolci, ed altra del Balassi, ecc.

Chiesa della Madonna delle Carceri.

Se si dovessero noverare le chiese di Prato per ordine di merito artistico, questa della Madonna delle Carceri avrebbe sull’altre il primato; poiché sebbene non vasta né antica essa è il gioiello fra tutte; tanta è l’armonia e la grazia nelle sue parti architettoniche da non cedere al paragone agli edilizi sacri de’tempi migliori sia Greci, come Romani. È un felice modello disegnato ed eseguito a foggia di croce greca da Giulano da S. Gallo; il quale artista se in tutte le sue opere dimostrò genio, in questa può dirsi che superasse se stesso.

I membri architettonici sono lavora ti in solida pietra arenaria, e sopra i quattro pilastri si alza una ben condotta cupola contornata da un balaustrato, la cui forma si avvicina a quella del tempio di M. Agrippa di Roma.

Infatti all’Articolo Montepulciano, mentre discorreva di quella della Madonna di S. Biagio fuori di Montepulciano, sovvenendomi io di cotesta bella chiesa, dissi, che a quel sublime edifizio architettonico disegnato da Antonio fratello di Giuliano da S. Gallo non si potrebbe porre a confronto se non che il tempio della Madonna delle Carceri a Prato, opera divina di Giuliano.

Ma anche in questa delle Carceri lasciò memoria dell’opera sua Antonio da S. Gallo, tostochè a lui spetta l’altar maggiore, mentre è disegno di Bernardo Buontalenti la balaustra del presbitero. (ERRATA: Gli stalli di marmo)

Gli stalli di legno a intaglio e tarsie del piccolo coro furono fatti pochi mesi dopo l’orrendo sacco a spese di Monsignor Baldo Magini pratese.

Chiese di S. Domenico e di S. Francesco.

Fra le chiese più grandi e più antiche contansi quelle di S. Francesco già de’Minori Conventuali, e di S. Domenico de’PP. Predicatori, entrambe esternamente incrostate di pietre a strisce bianche e nere.

Quella di S. Domenico, ora abitata dagli Zoccolanti, si crede opera di Giovanni Pisano.

Essa non era compita nel 1322, tostochè nel 10 febbrajo di quell’anno Fra Lapo dell’Ordine di S. Domenico, uno degli esecutori testamentarj del Cardinal Niccolò, espose al magistrato del Comune di Prato, qualmente il suddetto porporato aveva lasciato una somma di denaro ad oggetto di edificare in Prato e dotare un monastero di donne dell’ordine Domenicano (S. Niccolò) e di far compire in detta sua patria la chiesa ed il convento di S. Domenico.

Nel 1647 per riparare i guasti interni di cotesta chiesa, a cagione di un fulmine che l’incendiò, fu riedificata col disegno di Baccio del Bianco quasi tutta la parte interna la quale, se non accorda con l’esterna, non cessa di essere grandiosa e di bell’effetto.

In questa come pure nell’altra chiesa non meno antica di S. Francesco esistono alcune buone tavole; e nel capitolo del convento annesso a quest’ultima, ora abitato dai PP. Teresiani, furono dipinte nel 1400 da Niccolò di Pietro di Firenze le storie di S. Matteo apostolo.

In cotesta stessa chiesa è stato collocato un bel cenotafio messo dai figli alla memoria del benemerito e industrioso pratese Vincenzio Mazzoni, opera lodevole dello scultore fiorentino Stefano Ricci.

Oltre i suddetti due conventi tuttora abitati dai regolari esistevano in Prato quelli di Agostiniani in S. Agostino, di Serviti nel convento dello Spirito Santo, di Vallombrosani nella badia di S. Fabiano, di Carmelitani in S. Bartolommeo, e di Gesuiti nel collegio Cicognini.

Erano poi nel suburbio i frati dell’Osservanza al Palco, i Teresiani alla Pietà, ora in S. Francesco, i Leccetani a S. Anna, e gli Olivetani alle Sacca. (Si aggiunga)

Esiste tuttora nel suburbio settentrionale anche un convento di Cappuccini.

Di monasteri di donne non se ne contavano meno di dieci, cioè quello di S. Caterina, dell’Ordin e domenicano, ridotto attualmente a conservatorio detto delle Pericolanti; i monasteri di S. Chiara, di S. Margherita e di S. Giorgio, tutti e tre abitati da Francescane; quelli di S. Matteo e di S. Trinita delle Agostiniane; i monasteri di S. Clemente, di S.Niccolò e di S. Vincenzio delle Domenicane; e l’altro di S. Michele delle Benedettine.

Fra i superstiti si contano attualmente i monasteri di S. Vincenzo dell’Ordine di S. Domenico, di S. Michele delle Benedettine, di S. Clemente delle Clarisse, e di S. Niccolò ridotto ad uno di Conservatorio.

Sono fra le fabbriche pubbliche di antica costruzione il castello dell’Imperatore, detto ora la Fortezza, il palazzo pretorio, già del Popolo, restaurato più volte, e rifatto nel secolo XVI, il Casone de’conti Alb erti, in luogo detto all’Ajale, già castello, alienato dai conti Guicciardini eredi de’conti Bardi di Vernio, il palazzo di Francesco di Marco Datini, ridotto nel 1410 a residenza del Ceppo de’Poveri; mentre fra le buone fabbriche moderne può contarsi il monastero e la chiesa di S. Vincenzo, straricca di ornati, il grandioso edifizio del collegio Cicognini e l’elegante teatro costruito nel 1830 col disegno del barone de’Cambray Digny, senza dire di molti palazzi dei particolari, come quello de’signori Vaj che ha un bel cortile ed un grazioso oratorio annesso, ecc.

Servono poi di ornamento e di utilità cinque fonti pubbliche di acqua potabile, la più copiosa delle quali nella piazza del Duomo, e la più scarsa in quella del Comune, dove si ammira un grazioso putto di bronzo che spreme dei grappoli d’uva, generalmente reputata una delle opere felici di Pietro Tacca.

Stabilimenti di beneficenza.

È degno di ammirazione e di lode lo spirito di pietà e beneficenza, dal quale furono animati i facoltosi pratesi.

Un Monte di casa Pugliesi nel 1272 fondò il Ceppo vecchio, al cui patrimonio venne unito l’altro più rispettabile di Francesco Datini, ricco negoziante nativo di Prato, il quale mediante testamento del 31 luglio 1402 volle che il suo dovizioso patrimonio serv isse a mantenere in Prato un Ceppo nuovo col nome de’Poveri di Francesco Datini, per amministrarsi dai secolari eleggibili dal magistrato comunitativo di Prato; intendendo il testatore, che quel ceppo o casa privata per niun modo fosse soggetta alle persone ecclesiastiche; tantochè in fine del testamento egli dichiara: di aver avuto consiglio e far cauti i suoi esecutori testamentarj (i consoli dell’Arte di Calimala di Firenze) ed i governatori del Ceppo che si eleggeranno, di non dirizzare altare nella detta Casa o Granajo, né di costruirvi oratorio, o altro fare che il detto Ceppo potesse mai dirsi luogo ecclesiastico, e da poi per malevoli con titolo di benefizio venisse invaso ed occupato.
(Copia autentica di quel testamento appartenuto alla Libreria di Domenico Moreni, ora presso Pietro Bigazzi in Firenze.)

All’amministrazione dei due Ceppi (Pugliesi e Datini), ossia vecchio e nuovo, venne in seguito affidata l’amministrazione di altre rendite di legati pii, in guisa che cotesta rispettabile cassa di b eneficenza, oltre il recare soccorso alle famiglie povere, serve anche a sovvenire diversi stabilimenti utili, comecchè alcuni di essi abbiano un patrimonio in proprio.

In tal guisa montato il conservatorio delle Pericolanti aperto nel 1785, dove si accolg ono specialmente le orfane, per fino a che non trovano collocamento, ricevendo allora una dote.

Nello stesso locale di S. Caterina con amministrazione e direzione particolare furono accolte fino dal 1816 le fanciulle povere delle città e del suburbio, le quali costà trovano lavoro di lanificio, di tessuti diversi e di altre manifatture con discreta mercede, ed è loro assegnato un sussidio dotale nel caso del loro collocamento.

Altri soccorsi abbondano anche per le altre fanciulle della città, e del contado, talchè ogn’anno dalle diverse amministrazioni pie per estrazione fatta dalla civica magistratura, o dagli amministratori de’diversi luoghi pii, si distribuiscono non meno di 40 doti da scudi 10 fino a 60; oltre un sussidio dotale a tutte le fanciulle miserabili della città e del contado che fornisce loro la pia casa de’Ceppi allorché esse prendono uno stato.

Fra gli stabilimenti più recenti di beneficenza deve contarsi una cassa di risparmio affiliata a quella di Firenze, e che essendo una delle più pingui potrebbe indicare lo stato prosperoso di cotesto paese.

Né deve tacersi fra gli uomini benemeriti per lasciti di beneficenza il Proposto pratese Pier Francesco Ricci, stato pedagogo di Cosimo I, il quale dopo aver ottenuto al capitolo di Prato le rendite della ricca pieve di Cerreto Guidi, della quale egli era pievano commendatario, ebbe anche la grazia di poter testare degli avanzi dei suoi benefizi ecclesiastici che all’epoca del suo testamento, dettato in Firenze li 5 febbrajo 1563, ammontavano all’annua entrata di seimila ducati d’oro di camera: ragione per cui egli poté lasciare un vistoso legato allo spedale della Misericordia di Prato; ogni anno la dote di 25 fiorini di lire 7 l’uno a due povere fanciulle pratesi nubili, e un posto di studio all’Università per un giovane alunno di Prato. – (loc. cit., Carte de’Ceppi e degli Spedali di Prato ).

Spedali riuniti.

Lo Spedale tuttora esistente sotto i nomi della Misericordia e Dolce risulta dalla riunione dei molti ospizj fondati nei secoli decorsi per ricevere e curare diverse qualità d’infermi.

Tali erano quello antichissimo di S. Giovanni, riunito alla Collegiata, esistito fuori della Porta omonima; tale lo spedale della Misericordia e S. Barnaba, nel quale sino dal secolo XIII si ricevevano e si curavano tutti gl’infermi poveri, si accoglievano e si allattavano gl’innocenti o abbandonati; tale l’altro di S. Silvestro chiamato del Dolce, quello sotto il titolo di S. Martino, e lo spedale dell’Altopascio, senza dire di quelli del Maleseti e dei Lebbrosi al Ponte Petrino posti nel suburbio settentrionale e orientale di Prato.

Lo spedale attuale della Misericordia è un vasto edifizio, situato in un angolo appartato della città in mezzo a spazjosi orti ed in tranquillo ventilato soggiorno, presso una delle porte del cerchio attuale, da lungo tempo chiusa che denominossi Porta Leone, o di S. Paolo.

Il patrimonio di questo spedale cospicuo por tante largizioni di benefici cittadini, fu notabilmente arricchito dalla munificenza del Granduca Leopoldo I, che nel 1788 riunì al medesimo i beni del vicino monastero soppresso di S.Caterina.

Modernamente vi sono state aperte due nuove infermerie per gl’incurabili maschi e femmine, cui provvide con disposizione testamentaria del 6 dicembre 1823 il pratese Gaetano Meucci, che lasciò una somma assai vistosa a quest’utilissima opera pia.

Monte Pio.